La vita è una perenne scuola, si impara sempre. Anche quando uno insegna, in realtà impara. Come a pomiciare si rilasciano e si assorbono bave, anche qui siamo nel campo dell'osmosi. Ho imparato fino a ieri l'altro e ora finalmente insegno: dunque imparo ancora. So di non sapere, si dice. Una sega, io so tutto invece. So anche che la scuola non è fatta come dovrebbe, intendo a misura dei ragazzi, sempre pronti invece a essere colpevolizzati, biasimati, sminuiti. Come se il fatto di ricevere l'etichetta di "prof." ci faccia sentire in dovere di trattarli male, di punirli, di minacciarli, di metter loro i voti balordi. Tutti palliativi di frustrazioni e incapacità gestionali. Io non sono così. Io a scuola ci sto bene, e sono pure bravo, perché pendo tutto dalla parte dei ragazzi: se mi mettono i piedi in capo, sto attento che si puliscano per bene la suola prima di smettere. Loro mi vessano, e da loro sono amato. Tutto questo, solitamente, prende il primo decennio della via all'insegnamento: a me è bastato un mercoledì, il primo di supplenza. Già il giovedì seguente vado al bagno, quello degli insegnanti, e sto per mingere. Una scritta mi blocca, sopra il water: "si raccomanda la massima precisione". Mi viene da ridere - tzé, pensano di parlare con Tornado Joe. Test nordeuropei hanno dimostrato che gli schizzi di piscio maschile possono raggiungere un raggio di tre chilometri e trecento metri. Io sono l'eccezione, con me il cerchio diventa punto. Faccio la mia pipì, anche senza stare attento non tocco minimamente il bordo del water. Addirittura alzo e abbasso la ciambella, come fosse il cerchio di fuoco per i leoni del circo. Anche in quel caso, regolando il getto di urina calda dall'on all'off e poi ancora all'on, dimostro maestria e lealtà alle premurose richieste amministrative: manco uno spaglino, ciambella e tazza con l'appeal del parquet di Mastro Lindo. Non amo lo sporco e in passato, per non essermi pulito adeguatamente il glande, ho rischiato la circoncisione: tiro lo sciacquone e con l'acqua corrente mi netto il prepuzio. Non una goccia fuori, come da manuale delle Giovani Marmotte. Rinserro il lucchetto, la combinazione buco-piolo (una metafora) fa "sta-tlac", la porta si apre: esco. Chiamo una ragazza, sono sereno, ancora non focalizzo se è una mia alunna o no. Le voglio mostrare il cartello, e quanto sono stato bravo: lei abbocca. Una volta dentro, la serratura chiusa una seconda volta, è il finimondo: le dò una gomitata nella nuca, così l'ecchimosi non si vedrà, usando i miei piedi come leva pitagorica, quindi rigorosamente posizionati a squadra, le divarico a forza le gambe, le si aprono come valve di una cozza che sta per inabissarsi. La poveretta vorrebbe urlare, ce l'ha così tanto sulla punta della lingua che io mi faccio una risatina, ma non ce la fa: se pensava che ero sciocco, ora ha un bello shock. Con il pugno chiuso, a mo' di noce di cocco, le sferro un destro sul pube, l'osso: la piego ma non la spezzo, così non ci saranno conseguenze sul suo fisico. È un balletto di morte: come si incurva in avanti, la ruoto di 360°, il braccio disarticolato all'indietro e trattenuto sul punto di spezzarsi; ma sono pura geometria e, immobilizzandola, resto sul filo senza che faccia crack. Le anche le si sollevano naturalmente in quella posizione, e il suo posteriore mi si offre spavaldo: mi viene da farmi una sega ma mi trattengo. Non sono mai stato tamarro. Allora mi dico che lo scherzo deve continuare e, come un mago che estrae il coniglio dal cilindro, sguinzaglio il mio, di cilindro, e la inculo come si conviene. È vergine, là dietro, e sanguina subito come una fontana. Ma, anche quando vengo, al solito, ho calcolato tutto al millimetro: ho finito, mi guardo intorno e, come mi si raccomanda a parole nere su bianco, ho usato la massima precisione. Quasi non ci credo io stesso, tutto è ricaduto nella pozza d'acqua del water, neanche le pareti di ceramica ho intaccato. Abbagliano ancora. Come l'attimo del prestigio, anche questa è una epifania e la vivo con un sorriso compiaciuto e sbigottito. Fin dove mi sono spinto? Tiro la cordicella dello sciacquone, vanifico il mio miracolo, le dò un buffetto tenero sulla guancia, mi abbraccia di spavento e di commozione, le faccio finire la ricreazione: immacolato.Sono stato bravo, ma penso che lo posso essere anche di più. Suona la campanella. Tornando in classe, mi dico che oggi darò il mio primo sette, via.


























































