mercoledì 1 luglio 2009

La campanella

La vita è una perenne scuola, si impara sempre. Anche quando uno insegna, in realtà impara. Come a pomiciare si rilasciano e si assorbono bave, anche qui siamo nel campo dell'osmosi. Ho imparato fino a ieri l'altro e ora finalmente insegno: dunque imparo ancora. So di non sapere, si dice. Una sega, io so tutto invece. So anche che la scuola non è fatta come dovrebbe, intendo a misura dei ragazzi, sempre pronti invece a essere colpevolizzati, biasimati, sminuiti. Come se il fatto di ricevere l'etichetta di "prof." ci faccia sentire in dovere di trattarli male, di punirli, di minacciarli, di metter loro i voti balordi. Tutti palliativi di frustrazioni e incapacità gestionali. Io non sono così. Io a scuola ci sto bene, e sono pure bravo, perché pendo tutto dalla parte dei ragazzi: se mi mettono i piedi in capo, sto attento che si puliscano per bene la suola prima di smettere. Loro mi vessano, e da loro sono amato. Tutto questo, solitamente, prende il primo decennio della via all'insegnamento: a me è bastato un mercoledì, il primo di supplenza. Già il giovedì seguente vado al bagno, quello degli insegnanti, e sto per mingere. Una scritta mi blocca, sopra il water: "si raccomanda la massima precisione". Mi viene da ridere - tzé, pensano di parlare con Tornado Joe. Test nordeuropei hanno dimostrato che gli schizzi di piscio maschile possono raggiungere un raggio di tre chilometri e trecento metri. Io sono l'eccezione, con me il cerchio diventa punto. Faccio la mia pipì, anche senza stare attento non tocco minimamente il bordo del water. Addirittura alzo e abbasso la ciambella, come fosse il cerchio di fuoco per i leoni del circo. Anche in quel caso, regolando il getto di urina calda dall'on all'off e poi ancora all'on, dimostro maestria e lealtà alle premurose richieste amministrative: manco uno spaglino, ciambella e tazza con l'appeal del parquet di Mastro Lindo. Non amo lo sporco e in passato, per non essermi pulito adeguatamente il glande, ho rischiato la circoncisione: tiro lo sciacquone e con l'acqua corrente mi netto il prepuzio. Non una goccia fuori, come da manuale delle Giovani Marmotte. Rinserro il lucchetto, la combinazione buco-piolo (una metafora) fa "sta-tlac", la porta si apre: esco. Chiamo una ragazza, sono sereno, ancora non focalizzo se è una mia alunna o no. Le voglio mostrare il cartello, e quanto sono stato bravo: lei abbocca. Una volta dentro, la serratura chiusa una seconda volta, è il finimondo: le dò una gomitata nella nuca, così l'ecchimosi non si vedrà, usando i miei piedi come leva pitagorica, quindi rigorosamente posizionati a squadra, le divarico a forza le gambe, le si aprono come valve di una cozza che sta per inabissarsi. La poveretta vorrebbe urlare, ce l'ha così tanto sulla punta della lingua che io mi faccio una risatina, ma non ce la fa: se pensava che ero sciocco, ora ha un bello shock. Con il pugno chiuso, a mo' di noce di cocco, le sferro un destro sul pube, l'osso: la piego ma non la spezzo, così non ci saranno conseguenze sul suo fisico. È un balletto di morte: come si incurva in avanti, la ruoto di 360°, il braccio disarticolato all'indietro e trattenuto sul punto di spezzarsi; ma sono pura geometria e, immobilizzandola, resto sul filo senza che faccia crack. Le anche le si sollevano naturalmente in quella posizione, e il suo posteriore mi si offre spavaldo: mi viene da farmi una sega ma mi trattengo. Non sono mai stato tamarro. Allora mi dico che lo scherzo deve continuare e, come un mago che estrae il coniglio dal cilindro, sguinzaglio il mio, di cilindro, e la inculo come si conviene. È vergine, là dietro, e sanguina subito come una fontana. Ma, anche quando vengo, al solito, ho calcolato tutto al millimetro: ho finito, mi guardo intorno e, come mi si raccomanda a parole nere su bianco, ho usato la massima precisione. Quasi non ci credo io stesso, tutto è ricaduto nella pozza d'acqua del water, neanche le pareti di ceramica ho intaccato. Abbagliano ancora. Come l'attimo del prestigio, anche questa è una epifania e la vivo con un sorriso compiaciuto e sbigottito. Fin dove mi sono spinto? Tiro la cordicella dello sciacquone, vanifico il mio miracolo, le dò un buffetto tenero sulla guancia, mi abbraccia di spavento e di commozione, le faccio finire la ricreazione: immacolato.

Sono stato bravo, ma penso che lo posso essere anche di più. Suona la campanella. Tornando in classe, mi dico che oggi darò il mio primo sette, via.

venerdì 26 giugno 2009

Comunicazione di servizio




















Attenzione, folchi e gai.

Il post La campanella sta per tornare su questi schermi morbosetti e allegrotti, più otti che setti come già la mia pagella alla fine di ogni secondo quadrimestre.
La campanella, sì.
Variamente bandito in 826 e tre/quarti scuole del Regno paritarie comprese.
Censurato a Gerusalemme ma non a Israle però sì in Palestina e solo un po' in Cisgiordania (e via con una guerra così intestina che ci vuole il nefrologo per capirci qualcosa).
Messo all'indice dall'Indice dei Libri.
Additato da Tony di Shining.
Buttato nel secchio dell'immondizia da Recycle BIN Laden e ripescato da Arnold 'Conan' Schwarzkopf. God Bless America!
Scomunicato da Lui lassù ma letto di nascosto dal figlio unigenito e per questo mandato in missione kamikaze da noialtri solo che poi gli prese lo struggimento a vedere quanto balordi il su' babbino c'aveva fatto e decise di perdonarci sacrificarsi salvarci poi chissà che altro ora non ho gli appunti dietro e non posso ricordare.
Bruciato da Hitler in persona che poi giustamente pare che un po' si pentì ravvisandoci delle somiglianze con il Mein Kraft.
Salvato dalle fiamme dallo stesso Duce non si sa come però in qualche modo evidentemente sì.
Liberato da Torquato Tasso (uno insopportabile).
Amato da quel goio di Orlando così come lo raccontava il Boiardo che poi, evviva la continuità!, come l'ippogrifo glielo rubò per leggerselo in santa pace sulla luna, si infuriava nella puntata 30.567, quando la regia già era passata all'Ariosto. Che arrosto di soap!
Presentato in un corso sperimentale sugli effetti salubri della pornopedagogia alla SSIS Università di Pantelleria Facoltà di Stromboli.
Letto in una scuola elementare del bellunese da una maestra sui generis e imparato 'parecchio' a memoria.
'Parecchio' memorizzato dagli scolari bellunesi di una scuola elementare grazie all'appoggio di una maestra sui generis.
Bellunizzato da una scuola elementare sui generis grazie alla 'parecchio' memoria di scolari maestri.
Elementarizzato dalla memoria 'parecchio' sui generis di una scuola maestra che con Belluno non c'ha niente a che fare.

Trilla nuovamente la campanella: driiin!
(Il director's cut pare sarà Einaudi Stile Parecchio Libero)

sabato 6 giugno 2009

Ipostasi

Dove l'Autore, per essersi accorto di aver già pubblicato 58 post di ingegno e vaglia (presente escluso), decide che è arrivato il momento di fare un esame di coscienza, ammettere i propri limiti, salvare il salvabile e così dare a Cesare quel che è di Cesare.
Dove l'Autore si concede un meritato momento di autoanalisi avendo avuto come imprinting il giorno di riposo che, anni prima, suo padre si prese per contemplare il creato, scoprendolo bruttarello e imperfetto ma tutto sommato apposto così e via andare gasse in curva.
Dove l'Autore, per via di una certa teoria evoluzionistica che ora madonnaragazzi non si ricorda come si chiama letta illo tempore su "Cicciolina Pocket", scopre che lui gli errori del padre non li ha commessi né li potrà commettere mai. Fiuu. :-)
Dove l'Autore cercherà, riuscendovi, di inculcare tutto ciò di cui sopra con pragmatismo e onestà apodittica:
- sono più di due anni ma meno di quattro che questo blog esiste: il risultato fa inequivocabilmente tre, numero di ontologica perfezione. Per la proprietà commutativa, Fontina Boy è perfetto;
- parecchi post se non tutti sono geniali. Per una volta crepi l'avarizia: facciamo tutti. Per la proprietà transitiva, Fontina Boy è un genio;
- tutti i post hanno ricevuto almeno un commento, ossia il blog è variamente amato, idolatrato, iconizzato, coventrizzato; se proprio va male se ne parla tiepidamente (e in quel caso io, unico signore figlio unigenito ma anche trino, nel nome della democrazia mi arrogo il diritto di non pubblicare i commenti) ma se ne parla. Per la proprietà associativa, Fontina Boy è di dominio pubblico;
- c'è almeno un commento (anonimo) dall'evidente grafia femminile, ovvero il blog è subissato dalle donne. Per la proprietà del sottoinsieme, Fontina Boy è fico;
- il concetto stesso di blog, dopo la comparsa di questo mio, non è più stato uguale a prima. Dimostrabilissimo in due parole due solo che la modestia mi rende tetragono a compiacimenti che, siatene pur certi, col senno di poi vi apparirebbero tautologici o inevitabili che dir si voglia. Aggiungetevi che, sempre per la troppa modestia(che ci posso fare se sono nato così!), non amo intavolare discorsi su me stesso.(ps. semmai, se proprio insistete, ci aggiorniamo su questo punto.) Per la proprietà distributiva, Fontina Boy è rivoluzionario o, se volete, semplicemente è.
Dove l'Autore ringrazia prima di tutto sé stesso per il tempo generosamente speso per i suoi cari e saluta cordialmente. Oh raga, qui non si tromba e se mi buttassi sott'un ponte?
Dove l'Autore, per una rocambolesca carambola, ha stoicamente prevalso sulla grande mietitrice (e la schiacchiera era rimasta a casa!) e, ad maiorem dei gloriam, è ancora tra noi.

Evvaiii!

domenica 24 maggio 2009

La vera storia di Alice Miller, affettatrice di fica

[Alice Miller, psicanalista e saggista, nata in Polonia nel 1923, si è occupata prevalentemente di psicologia dell'età evolutiva e degli esiti negativi che gli abusi psicofisici inflitti ai bambini, in particolare all'interno della famiglia, comportano nella crescita e nell'età adulta.]

La Polonia del 1923 era davvero povera. Reduce da una grave carestia di polonio, il metalloide volatile che ha preso il nome dal quasi suocero di Amleto senza che la querelle sul motivo di questa transustanziazione sia tuttora stata risolta, e affetta strutturalmente dalla mancanza dei consimili bismuto e tellurio, quelli che vaccinano contro la scarlattina, non se la passava proprio bene questa nazione orribile che ha dato i natali a papi e astronomi della più bell'acqua ma, codarda, non ha fatto nulla per fermare l'insorgere di quella guerra sola igiene del mondo che va sotto il nome di World of Warcraft né, vigliacca, ha boicottato quell'atto di imperio che va sotto il nome di Shoah, e meno male altrimenti addio a capolavori del cinema come Schindler's List e Porky's III - La rivincita. Insomma, se avete visto il film Il pianista di matrimoni, avrete sicuramente capito com'era la situazione della Polonia al tempo in cui nacque Alice Miller, esattamente la stessa in cui si trova oggi, in tutto il mondo, soltanto il Belize: 'può andare pure peggio'. La piccola Alice, nata senza il trigemino, senza una scapola e col cuore al posto del cervello senza che per questo il cervello fosse in automatico al posto del cuore ma purtroppo affetta da "elefantiasi della fica tanto che in pratica la neonata risulta essere un buco con come-l'avete-chiamata-ah-sì-con Alice intorno" (così si legge nel referto ufficiale dell'epoca, una in cui i medici facevano sul serio non come oggi, e già qui, a stare attenti, si può notare il suo essere in anticipo sui tempi avendo in pratica messo in atto ciò che la Nestlé avrebbe inventato, con le Polo, soltanto decenni dopo), invece se la passava piuttosto bene, vivendo tutta per le adorate bambole cui mangiava il capo salvo rivomitarlo sotto forma di cavolfiore (ciò che i medici non le avevano potuto ancora diagnosticare, causa mancanza dell'appropriata tecnologia, era la famosa anomalia dei "succhi gastrici che manco Chernobyl") e riannodarlo alla bell'e meglio al corpo. Un'infanzia felice, addirittura troppo dato che rischiava di assestarsi sui binari della più perfetta e sottovuoto contentezza, allorquando il padre e lo zio, già adepti della setta del Tao, intervennero e pensarono bene di equilibrare il karma chameleon del mondo ricordandole quanto fosse stata fortunata a nascere tanto fica, e per contrasto facendole capire che avrebbe potuto nascere esteticamente balorda e che dunque se il bene esiste è perché c'è anche il male, così come la bellezza fa il paio con la mostruosità e gli slip con i boxer. La costrinsero, contro tutta la sua volontà egoistica di bambina fatta per una vita da fiaba, a fare del bene per gli altri, e nella fattispecie, dopo averle slargato fino all'impossibile l'orifizio ficoso (quando si accorsero che l'elasticità infantile di questo tendeva pressoché all'infinito, non si trattennero dall'esclamare lo stupore: "fico!"), a privarsi di tanta ficaggine, mandandola per le strade non già a elemosinare o a prostituirsi, 'come fanno tutte le schifose troiacce di questo mondo' si sentirono in dovere di aggiungere, bensì a elargire ciò che il Creato le aveva abbondantemente elargito a sua volta. Fu così che Alice, prima ancora di saper parlare e di aver capito cosa i due adulti le avevano in realtà praticato ('uno stupro, ma di quelli buoni, tutto apposto, niente di grave'), si trovò nuda per i vicoli più sordidi ad affettare sé stessa e la propria voragine di carne, peli e sangue per risolvere l'annosa questione della fame nel mondo. Piccola e innocente, non poteva ancora sapere cos'è la Sindrome di Stoccolma e però quella agì lo stesso tanto che lei, da vittima non consenziente, si trasformò in una paciosa e solerte affettatrice di fica a tempo pieno e pienamente convinta dell'utilità del suo operato. Tanto più che la gente ricambiava l'affetto visto che lei tagliava fette generosissime, specie dopo essersi accorta che la sua fica aveva un'altra preziosa anomalia: come la coda delle lucertole, si rigenerava e rigenerava, ogni volta pure più florida di prima. Ci prese tale e tanto gusto che ormai le veniva naturale affettare fin là dove la carne sta per finire, con mosse da abile samurai (Toshiro Mifune, prima di interpretare Rashomon e vincere la Coppa Volpi come miglior attore al Festival di Venezia, passò un anno sabbatico con lei) e arrivando proprio a ridosso dell'osso, senza mai però scalfirlo, fatto, questo, che gli mise contro gli affamati avventori fiorentini, ma i fiorentini, si sa, non tollerano che loro stessi. Meno male che in Polonia nel 1923 di fiorentini ce n'era solo uno, un certo Dante che aveva smarrito più la cognizione del tempo che la retta via e il cui esilio stava però per finire e così alé, una scocciatura in meno per la mitica Alice. Si racconta, a tal proposito, un aneddoto sul loro incontro: Alice che gli avrebbe detto "Pussa via" e questo poetastro che, solo per essere erudito e sapere le lingue, avrebbe fatto finta di capire "Pussy" e l'avrebbe tirata lunga con questo equivoco parlandole peraltro, a lei polacca e ancora analfabeta, solo in dolce stil novo. C'era insomma tanta di quella povertà, in quella Polonia lì già citata, che Alice iniziò a dar via come il pane quella sua fica così proteica, fino a che non si mise in combutta con un pizzaiolo altoatesino naturalizzato nazdorovje che, amante di Paperino, si faceva già chiamare McDonald e che non sapeva fare la pizza ma in compenso faceva degli sfilatini appena mediocri: da allora iniziò a darla via col pane, un cambio semantico mica da ridere. Purtroppo, un brutto giorno che coincise con la fine della Repubblica di Weimar (la Storia non viene mai per caso), osando forse troppo nella sfilettatura o distratta non è lecito dire da cosa, Alice ci andò giù pesante e si tranciò di netto il clitoride, scoprendo che la magia era tutta in quel grillettino. Per volerne capire di più, si buttò sui libri e scoprì che un certo Froid, in quegli anni suoi lì, aveva finanche dato un nome a tale magia: libido. Il nome le piacque così tanto che decise di non vendere più fica (già, perché nel frattempo aveva messo in piedi un vero e proprio esercizio commerciale -"Crescere a pane e fica, con Alice & McD. si scherza mica"- anche se senza licenza) e di darsi alla psicanalisi. Si trasferì a Dachau e si confuse con la massa di studenti che se la raccontano tanto ma che alla fine vanno a studiare il come e il perché si ha sempre voglia di infilare il cicciolo nella cicciola, non riuscì mai a superare l'esame di Piscopatologia dell'Età Evolutiva II, neanche dandola al Rettore della Polonia tutta (unica volta in cui si è concessa un tuffo nel suo glorioso passato per poi pentirsene), infine la Storia ha fatto perdere le sue tracce.

Purtroppo l'anagrafe la dà ancora vivente.

domenica 17 maggio 2009

Il calcio

Lo sport io l'ho sempre seguito per compiacere gli altri, genitori o amici ritardati che fossero. Per vocazione sono infatti per discettare senza requie della crisi concettuale della ragion pura così come postulata da Heidegger nel secondo volume dei quattro dei Fratelli Karamazov regalati (uhm, ricordo sicuramente male) a suo tempo da "Famiglia Cristiana", o per approfondire ad aeternum il codicillo relativo alla transustanziazione contenuto come omaggio ai lettori più affezionati nel Topolino -una rarità!- numero 1345, però poi questo vorrebbe dire dare il la a tanti soliloqui dei soliloqui e alla lunga, si sa, il rimuginare fra sé è ancora sé può portare alla pranoterapia, senza considerare che io sono uno di poche parole e che le mani mi piacciono fredde come la morte che infiniti addusse lutti agli achei. Per questo, e solo per questo, ovvero perché se la montagna stupida non può andare dal profeta saggio è il profeta illuminato che deve andare dalla montagna cretina, ho accettato negli anni l'umiliante pratica di abbassarmi alle esigenze -che vi devo dire: mediocri, sempre davvero mediocri- degli altri e mi sono ob torto collo (lo prendevano per torcicollo, tsé!) piegato al loro ascolto, con stupenda e del tutto disinteressata generosità. "Smetti di parlare di cinema e vedi di farti piacere il calcio, altrimenti ti facciamo inculare da ottomila algerini con l'Aids", mi si poteva berciare contro, per dire (erano tempi in cui il sistema non permetteva si scherzasse, mica come oggi); e io, prima ancora di domandare se fra quegli ottomila algerini ci stava che ci fosse qualche comparsa de La battaglia di Algeri, filmone di Gillo Pontecorvo che ora siamo quasi al climax e non è il momento di divagare, io -dicevo- che non ho mai assecondato le minacce se non quando queste minacciano e che pur se borbotto sono poi di larghe vedute e propenso al dialogo fraterno fra gli esseri umani tutti (spastici compresi, quindi figuriamoci un po'), nonché magnanimo come solo un deus ex machina sa essere, accettavo indefessamente, senza mai fallire una volta che fosse una, con una piaggeria che, oserei dire, si situava al confine fra l'osceno e il Texas. Non solo, dunque, ho prima detto sì al calcio e no alla droga (che pure a quel tempo già m'aveva fatto dipendere dalle sue derive e dai suoi maelström), calcio seguito a ruota dallo sport in genere come metafora post-moderna dell'agone di una volta, quello da balia che pungeva come pochi, ma ho finito per appassionarmici proprio. Se non era il calcio che seguivo, presto imparando a memoria tutte le mosse possibili e immaginabili, lecite e illecite, da quella del barbiere all'arrocco in L3 che Kasparov s'inchinò non appena la inventai per caso, era il ciclismo, e così via all'infinito con tutti gli sport esistenti su questo mondo triste e macilento che alla fine scoprii poter riassumere in poche macro-categorie: tre per l'esattezza, il calcio, il ciclismo e, ma questo solo in Inghilterra perché là si reputano tutti un po' più speciali, il soccer, che da noi potrebbe essere tradotto come il sócc'mel ma non è stato ancora importato.

Riassumendo perché il tempo è tiranno, la morale è questa: giocato, Fantacalcio, vinto, vinto tanti soldi, vinto tanti soldi ai danni dei miei amici, vinto tanti soldi ai danni dei miei amici che pure vivevano per il calcio mentre io no anche se poi quasi sì ma mai del tutto sì come loro, amici incazzati, amici ex, loro picchiano me, io picchiato da ex amici, picchiato a tutto spiano, ragazzi datevi alla droga.

domenica 19 aprile 2009

La sesta

(D.Leg. 123/90 bischero - Nuova materia introdotta nell'ordinamento: Le fulmicotonate.)


A D.,
it's all about love.

O oggi non ti incontro un'amica. E' bella bionda e quando glielo chiedo dice sempre sì. Felicissima di contribuire a sculacciarmi come se non ci fosse domani. Com'è come non è, mi fa capire che si vuol rassodare: "vado a farmi un'ora di pilates". "Veramente ti preferisco depilates", butto là carino, volendo alludere al fatto che non ne ha bisogno. Ma quella ha già frainteso e, con occhi di bragia, sentenzia in greco antico (è una che ha fatto il classico e se può lo dà a vedere): "déphilates". Ci sentiremo ogni domenica mattina per il consueto scambio di formazioni del fantacalcio, ma l'amicizia -colpa sua- può dirsi conclusa.

Intensità ridanciana: 79,1%.

martedì 14 aprile 2009

Baustelle - 'Sussidiario illustrato della giovinezza' (Italia, 2000)
















Musical-movie nostrano, in dieci episodi e dal culto giustamente crescente: dimenticate Fred Astaire e il tip-tap fintoamericano di Ginger Rogers e gli studios altoproletari di Hollywood e, piuttosto, riesumate dal vostro inconscio la (Pulp)itante voce di Don Powell che intona parole e musiche di Carlo Savina in Pochi dollari per Django. Un sound caldo e dolce, d’altri tempi e forse dedicato a esseri umani di altre epoche, come i film di Mario Bava con Al Cliver-Pier Luigi Conti o Alan Collins-Luciano Pigozzi: ma da quale era provengono i Baustelle (che in tedesco da pronunciarsi con la “e” stretta significa “cantiere” e anche “lavori in corso”)? Uscito alla chetichella e presto assurto a mito stracult da parte di una generazione nostalgica cresciuta a base di spuma bionda e figurine Panini: scoperto [chissà come e dove (il fatto è che non lo so proprio)] da tal Gizmo, novizio Fofi d’avanguardia melocinematografica. Stupisce la lunga durata di ogni singolo pezzo, anomala nel panorama italico; il tono ondivago e autoreferenziale può stufare, poi, solo chi non ama le saghe. Da dedicare, oltretutto, alla squallida canzone che il Piotta (credo) esegue durante la sigla del programma estivo Stracult. Da analizzare, in senso prettamente visivo, ogni singolo segmento; ecco una serie di riflessioni personali, dette “sottovoce” e dettate da emozioni, suggestioni e impressioni:
1) Le vacanze dell’83, che sono quelle “sintetiche” e fondamentalmente asettiche dei Vanzina di Sapore di mare, ma anche quelle della “colonia estiva” del lovecraftiano Zeder di Pupi Avati e quelle erotiche del primo vero grande cul(t) di Tinto Brass La chiave. La voce sinuosa di Francesco Bianconi si insinua, nel mix musicale di Fausto Leali e Bruno Lauzi composto dai restanti cinque artisti, come una morriconeggiante colonna sonora di Morricone in un film di Sergio “The Master of the Western” Leone. E, infatti, è la malinconia, l’elegia, la nostalgia, l’epica a prevalere: d’altro canto anche il titolo stesso dell’album, poi, stabilisce fin da subito il tono e i temi delle varie canzoni. Film di riferimento: Compagni di scuola di Verdone (perché il suo modello, Il grande freddo di Kasdan, è nettamente inferiore);
2) Martina, forse l’unica dark lady veramente sincera di fine millennio, dopo che anche Dario “HoSonno” Argento ha tradito la sua vocazione sadico-castratrice di fare della donna l’arma più a doppio taglio che esista. Narrativamente è un unico primo piano cinematografico, che esplode in una serie di angoscianti e suadenti dettagli. Non so perché ma mi ricorda Malick e il suo senso per il paesaggio e per la natura, e anche il coretto che accompagna le immagini dell’incendio della casa nel mirabile Badlands (1973). Film di riferimento: nessuno; musa onanistica di riferimento: Edwige “Bona” Fenech;
3) Sadik, dedicato agli anni ’70 in pieno: ai fumetti anti-Disney, alle sorelle Giussani, a Dario Argento (“quattro piume di cristallo”), allo slasher-movie inaugurato -con buona pace degli americani- da Mario Bava. Film di riferimento: Io, Emmanuelle con l’italianissima Erika Blanc. La dedica va (sperando che qualcuno l’abbia visto) a Il profumo della signora in nero e alla sua splendida colonna sonora di Nicola Piovani;
4) Noi bambine non abbiamo scelta, dedicato tout-court al cinema, vera e propria droga intellettuale. Verrebbero in mente i gialli pop-bradipeschi di Umberto Lenzi, ma la cultura trash ormai ha saziato tutti: la dedichiamo alla Gradisca, a Rimini, a Fellini, ad Amarcord e alla Strada. Il motivo? Noi “bambini-cinefili” non abbiamo altra scelta;
5) Gomma, tutto costruito come un grande carrello all’indietro su una certa epoca, quasi a seguire lo sfilacciamento di un “masticone” (ovverosia, per chi non conosce lo slang toscoaretino, il chewing-gum, la “gomma” del titolo). Forse il pezzo più soave, quello più made in Usa, anche se non mancano i riferimenti alla nostra cultura nazional-popolare (provinciali, liceali e via discorrendo); da dedicare, per ovvie necessità, all’uomo Cimino che fu (in tutti i sensi): Una calibro 20 per lo specialista, fra tutti, sembra il film a cui si “appiccica” meglio;
6) La canzone del parco, Antonioni, l’incomunicabilità, L’avventura, la partita-fantasma di tennis nel parco in Blow-up, l’ipotetica “swinging London”: e poi più;
7) La canzone del riformatorio, triste ma vitale, come un Vittorio De Sica postneoralista o un Gianni Amelio chiamato a dirigere la versione infantile e neo-neorealista di Thelma & Louise. Generazionale. Epocale, come Dario Argento che credeva sul serio alle streghe (ma noi ci dovremmo credere?) mentre girava Suspiria. Ambientato, per empatia autobiografica, in un autoreferenziale 1980;
8) Cinecittà, vengono in mente, alla rinfusa, Pasolini, la Nouvelle Vague, i cartelli e le didascalie alla Godard, un film metanarrativo di un mio amico, Gola profonda e le "boogie nights" e, naturalmente, via Tuscolana a Roma e tutti i “mondi” che sono usciti da lì. La più ovviamente (ma non banalmente) cinematografica: e se la fonte d’ispirazione non fosse tanto Fellini ma Tim Burton?;
9) Io e te nell’appartamento, l’episodio più sfuggevole, triste come una commedia sopravvalutata di Billy Wilder e comico come una pochade sottovalutata (ma non troppo) con Alvaro Vitali o Jacques Tati;
10) Il musichiere 999, il più spudoratamente citazionista, la canzone degli anni ’60 (prezioso l’omaggio ai grandi sceneggiati televisivi come Belfagor, interpretato dalla Greco), dedicata all’arte, alla musica, al cinema. Esemplare epigrafe di un album memorabile, suona come questa dedica: “Per me… e qualcun altro”.


GIUDIZIO: ora che ci ripenso, si può da-àre di più.



martedì 31 marzo 2009

I ritardatari

I ritardatari sono gente bella. Prendete Scarlett Johansson, una che sui contratti fa redigere "Eventually, like to say anytime, I must be in delay" e solo allora firma, una che si fa attendere ovunque finanche nelle sale d'attesa, una così si presume che si facesse attendere anche quando, ignota ai più, era adusa a frequentare i sodomiti del Texas che a loro volta erano adusi ad aspettarla, sole lampi e cielo a pecorelle che ci fosse, sulla staccionata di legno Wisconsin tipica delle contrade a est di Austin, e ditemi voi se non è bella o, facciamola corta, se non è una gran cicala. Prendete una qualsiasi che ha un ritardo nel flusso della sborrata di sangue mensile che va sotto il nome di "Mestre, stazione di Mestre" e ditemi voi se, poi, quel frugoletto piagnicoso e moccicoso che ne sarà fio e conseguenza, non sarà una cosa talmente bella da far venire voglia di prenderla a sganasciate o, già che ci siamo, di darla in pasto a Er Canaro. I ritardatari sono gente bella, insomma; aggiungerei pure il dittico rara e preziosa. Se non ci fossero, e meno male che ce ne sono a fiotti, bisognerebbe inventarli. Perché i ritardatari sono investiti del potere ecumenico di equilibrare il mondo: in presenza delle persone puntuali, loro rappresentano il diritto della medaglia, la moglie piena, il metodo della carota, il cerchio, la sodomia attiva, il trino. Della crème, la Crème. Se non ci fossero, il mondo funzionerebbe meglio, sarebbe forse il Paradiso e allora non avrebbe senso credere in Dio, nella Pentecoste e nella Resurrezione (fateci caso: quella, insieme alla Natività, è sempre santissimamente on time). Non avrebbe senso sperare in qualcosa di meglio nell'aldilà, e la vita umana sarebbe un simulacro, vuoto e robotico, di perfezione. Sciagura! Assurdità! Quanto sollievo danno, invece, i ritardatari... a-a-ah (scusate, al solo pensiero ho sborrato). Pensate solo un po' a un puntuale e visualizzatelo: sarà pignolo ordinato pulito meschino bavoso lubrico cacofonico sicuramente della Vergine (e vergine, ché questi sfigati mica CHIAVANO), avrà gli occhiali spessi, non sarà tanto alto, la natura non lo avrà geneticamente creato forte e sicuro di sé, sarà uno che dovrà chiedere lui scusa di essere arrivato in anticipo, sarà un bastardo che piuttosto che arrivare dopo l'altro (sia chiaro, per orgoglio e solo per orgoglio!) uscirà di casa prima o si metterà a correre per la via, valutando e prevedendo ogni possibile imprevisto, anche quelli imprevisti, analizzando cronometricamente il tracciato della strada da percorrere, e pure delle viottole che non calpesterà ché non si sa mai, studiando ogni scorciatoia e ogni allungatoia e decidendo "oggi me la prendo comoda o arrivo dritto all'appuntamento?", ignorando la pioggia incessante o il traffico arterioso ("Eh ma che vuoi, i tempi in una metropoli sono ingestibili."), accelerando il passo e la mente, rischiando di travolgere civili inermi, animali zoppi, intere corazzate di carrozzine e passeggini che cadranno giù per scalinate infinte causando morte, distruzione e rivoluzioni comunistoidi. Pensate solo un po' a un ritardatario, invece, e visualizzatelo: sarà un Fascio, completamente padrone di pensieri parole e omissioni.

Grazie a Dio, sono ateo.

venerdì 20 febbraio 2009

La quinta

(D.Leg. 123/90 bischero - Nuova materia introdotta nell'ordinamento: Le fulmicotonate.)

O oggi non ti incontro una citta. Ha due occhi a palla ma pregevoli. "Anni fa ho fatto un incidente in macchina, il vetro degli occhiali si ruppe e mi tagliò la sclera. Come nel film di Buñuel, hai presente?", si confida con la massima serenità come se me ne dovesse fregare per forza qualcosa. "Cacchio, e non sei sclerata?", faccio tutto premuroso. La citta però non gradisce e allora la sedo col mio sedano, ma lei continua a non gradire. Le trovo tutte io, le difficili.


Intensità ridanciana: -23,7%.
(l'algebra esiste)

domenica 15 febbraio 2009

L'invito














Sono
stato
testimone
attivo
di un
invito formale
giunto per
le vie
anonime
della rete.

Hanno
chiesto
di me
prima in una
poi in molti
senza sapere
chi fossi o
cosa facessi

chiedendo
solo
elemosinando
notti e
letti
sconosciuti
il tutto
sotto la mia
incondizionata
approvazione.

Sono
stato
testimone
attivo
di un
amore impossibile
ratificato
via e-mail.

Hanno
chiesto
di me
per necessità
bisogno
urgenza
disperazione

sperando
di trovare
una persona
gentile o
al massimo
disponibile
non una
sola e
affetta
da mancanza
di comunione
umana.

Sono
stato
testimone
attivo
di un
incontro insperato
passato
al setaccio
delle chat.

Hanno
chiesto
di me
e mi
hanno
trovato

riuscendo a
scoprire
cosa nasconde e
cosa permette
la solitudine
come si può
avere freddo
in una
giornata d’estate
come si può
non essere per
paura o
vigliaccheria o
depressione.

Sono
stato
testimone
attivo
di quanto pesa
il cenare
in piedi
per fare presto
prima e
non far aspettare
chi non ti aspetta

di quanto pesa
il cenare
in piedi
con il buio fuori
perché
apparecchiare
per sé
non ha bellezza
non ha senso.

domenica 11 gennaio 2009

RD - 'Il cinofilo' (Italia, 2000)


















Anche l’uomo più buono e calmo di questo mondo può nascondere un terribile, e dolce al contempo, segreto: quale?
Secondo cortometraggio amatoriale di RD (anche sceneggiatore), giovane filmmaker aretino: certamente puerile e rozzo dal punto di visto tecnico-estetico (per l’assoluta mancanza di mezzi, budget e tempi di lavorazione), il filmino – girato in 8mmVideo – trova tutta la sua forza nella storia a metà tra il grottesco alla Ferreri e lo sberleffo ironico alla Mario Bava (si veda il titolo di coda finale che svela il trucco su come è stato realizzato). Una simpatica ironia macabra pervade lo sguardo di D., che esplora e sonda vizi e manie comuni delle persone più quotidiane possibili. Presentato in vari concorsi locali e non, il corto è arrivato secondo al concorso Piero della Francesca organizzato dall’Associazione Mecenate di AR. La voce fuori campo appartiene allo stesso D., che è pure la persona che nel prologo introduce “a tutti i costi” la vicenda. Possibilmente da scoprire e, in un futuro, da migliorare – anche se la recitazione spontanea e la regia elementare aumentano il fascino sincero e primitivo dell’opera.

GIUDIZIO: parecchio bono.

mercoledì 17 dicembre 2008

I cuori in cielo




















Comparvero in cielo senza preavviso. Gonfi, vivi, pulsanti; naturalmente, rossi. Cuori di carne sospesi su, nell’aria tesa da neve, né troppo in alto né troppo in basso, sembravano burattini tenuti dai fili invisibili di un burattinaio invisibile. Chi rivolgeva giù, nella strada, il ventricolo destro, aperto come un fiore appena sbocciato; un fiore sanguinante. Uno stillicidio irregolare, discontinuo rosseggiava infatti l’aria, regalando una falsa illusione di tramonto. Polvere di sangue sospesa. Chi fra loro aveva invece l’atrio rivolto verso l’alto pareva un vulcano che erutti su sé stesso, tanto lo zampillio era sottile, definito. Come un cuore perfettamente umano e perfettamente funzionante, cosa che era, disperdeva sangue e recuperava lo stesso sangue. Perché e per chi, quello no, non era dato saperlo.
Comparvero in cielo senza preavviso, neanche troppo presto di una mattina uguale a tutte le altre, ed erano tanti da oscurarlo. L’aria intirizzita e le ampie schiarite preannunciate dal meteo potevano far pensare alla neve, e già quello sarebbe stato un evento straordinario non attaccando generalmente mai in centro città, non certo a cuori della dimensione di un pugno che, non fosse per l’inquietudine che imponevano, rischiavano di rendersi ridicoli. Almeno fossero stati cuori romantici di stilizzata tradizione. Invece no, a parte starsene fissi nel petto del cielo e darci assaggio dei loro umori, non facevano proprio niente. Proprio questo non ci faceva stare tranquilli.

Questo e il fatto che un cielo così sgombro - di nuvole, di uccelli, di vita - non si era mai visto.

domenica 30 novembre 2008

Bocche che fumano














Noto
come
con eloquenza
sfacciata eleganza
questa coppia
di fronte a me
passeggia e
fuma

sollevando e
abbassando
all’unisono
la sigaretta

formando e
riformando
un pensiero unico
una sola necessità

non curandosi del
silenzio
che si scambiano
impassibili
di boccata
in boccata
sempre uguali
tutte regolari

non curandosi di
chi li segue
che immagina
senza poterne fare a meno
bocche liquide di fumo
nell’eterna
attesa di un bacio

che rovinerebbe il
glamour del rossetto
appena screziato di grigio
di un residuo di tabacco
di lei
e il labbro appena arcuato
ancora insapore della
sua oralità
di lui.

domenica 19 ottobre 2008

Canali

Una volta tanto, ho una confessione di debolezza: a Geografia non sono mai stato un luminare. Intendiamoci: lì per lì, a studiarla per saperla per l'interrogazione dell'indomani, ero un asso e, anzi, quasi mi piaceva pure. Tipo che mi dicevi "Isernia" e ti sapevo rispondere senza fallo e in fila: provincia altresì detta targa, regione d'appartenenza, peculiarità eco-socio-cultu-poli varie ed eventuali, idrografia e orografia, settore primario, poi secondario, infine terziario, tasso demografico, cartografia delle placche tettoniche di Los Angeles (io però, furbo, nel frattempo fantasticavo su ben altre placche, per la precisione quelle tettoniche di Romolina Zoroastri, la mia compagna di banco capace di rendersi indecorosa a ogni ricreazione), numero di adulteri commessi in loco nel 1992. Poi, però, accadeva che due giorni dopo vedessi una macchina targata "IS" e rispondessi: "Forte, viene da Isonzo". Che stronzo! (non so se l'avete capito, ma faceva una rima irresistibile.) Quantunque mi applicassi, la Geografia non mi entrava in testa, subendo perdipiù l'onta di un cugino che, a memoria e senza sforzo, sapeva persino il nome della capitale di Canberra. Canberra... Canberra.. Canberra. Ops, eheh, Canberra è già una capitale. Canberra... Canberra.. Canberra. Per inciso, mi chiedo se è da Canberra che vengono i Cranberries. Non memorizzando la Geografia, in pratica non ho mai capito la questione dei canali. Tipo se Suez sia artificiale o se il Passo del Bordoi potesse essere classificato anche come canale, e via di questo - ehm - passo. E' per questo deficit che alla fine, alle medie, io avevo una convinzione di tutto rispetto sia pure un po' infantile: che l'indotto della fica fosse diametralmente collegato con l'esdotto dell'ano. Se non ci arrivate, sarebbe il buco del culo. Sarebbe a dire che ero convinto che una donna seduta a sedere, se nuda, facesse luce. Una galleria che iniziava con una selva oscura e, senza illuminazioni di sorta, finiva per stringersi come gli imbuti che servono per infiascare il vino. O, presa dalla parte opposta, un binocolo in cui guardare dentro ma non vedere ingrandito. Le donne, in pratica, per me non avevano intestini, organi interni, duodeni, milze, neanche una parvenza di sgommature di lei - sì, la cacca. Un traforo netto e perfettamente longilineo, come un foglio protocollo arrotolato per bene. Volendo, c'è caso che come cerbottana fosse infallibile. Era una convinzione, ma non una certezza: avevo visto mille donne nude, ma tutte su quei giornalini tipo Topolino solo un po' meno in vista nelle edicole e, si sa, sulla carta stampata il fotoritocco è prassi consolidata. Era una convinzione che nasceva peraltro da basi molto solide: il mio amico prepotente, una volta, aveva detto che Moana (cito testuale perché non mi voglio sporcare la bocca con un costrutto grammaticale così rozzo), "a forza di pigliallo nel culo, gliel'avevano sfondato", e io, intelligente, avevo dedotto che se un culo si sfonda come fosse un muro, da qualche parte si dovrà pur arrivare. E la luce fu!

Ad ogni modo, tanto per capire quanto grande è stato nella mia vita il tarlo della Geografia e di questi canali, se quel mistero l'ho presto disvelato, è un altro che tuttora non mi lascia dormire: com'è che la piscia e la sborra escono dallo stesso buco? Non sembrandomi tanto igienico, mi chiedo: non è che a me, alla nascita, m'hanno tappato un foro col calcestruzzo, così per dispetto, per grulleria?

domenica 5 ottobre 2008

Gli effetti della nicotina




















Qualche sigaretta
di troppo
ti hanno reso la voce
di ferina sensualità

come se una rauca tigre
ruggisse al tuo interno eco

per chissà quale processo
di osmosi
ne respiro erosive boccate
- lingue di bruciato più spettri dei miei sogni che nebbia - e
l’asma cerebrale si risveglia

credevo fosse più facile
di pendere dal male
non dall’innocente blasfemia alla quale ti volti
non dalle tue labbra alla nicotina

sapessi almeno
che differenza c’è
fra una rossa e una nazionale

per sapere
quanto sono vivo quanto sono morto

lunedì 4 agosto 2008

Odissea seminale, ovvero: Fontina Boy hardcore

Il giorno è oggi. Oggi è l'apocalisse; l'ecatombe. Con tanti saluti alla legge sulla privacy, oggi gli scienziati della medicina vogliono il mio sempiterno, semantico seme che, qui lo dico, assomiglia alla forfora sottaceto. Curvi sulle loro provette dal tappo rosso a vite, lo vogliono analizzare, studiare, sottolineare per bene, se riescono anche ripassare prima del giro di interrogazioni programmate. Per via di una tonsillectomia andata male, ci sta infatti che la mia borraccina non faccia crescere funghi e muffe, cosa perigliosissima per la conservazione della specie e dei presepi e indi per cui da evitare. Ho fatto il bravo e ho calcolato tutto: non rilascio da qualche giorno, mi sveglio tonico sul far del giorno, jogging in una Malibu Beach ancora deserta e spettrale, addominali q.b. e mano da chirurgo. Il bicchiere si colma che è un piacere, tanto che ne approfitterei per dissetarmi; la notte, tuttavia, m'ha lasciato idratato e ci rinuncio. Sono pronto per avviarmi al laboratorio, sicuro d'aver raccolto il vigore necessario per rinnalzare da solo questo maledetto Pil che ci affligge, quando vedo che il mio piccolo cane giallo - l'ingorda, slap slap, soddisfatta mi lecca tutto come a volerne ancora - ha mandato giù tutto quanto, forza maschia e suo contenitore che ora, incastratosi ad altezza scapole, le ha fatto venire la tipica conformazione a botte dei pincher. Così devo ricominciare ma stavolta, mi dico, direttamente in loco. Arrivo al laboratorio, in Via Einstein, che credo essere uno di quei centri igienizzati americani in cui pullulano mono-cellette, Kleenex, Hustler ed escort per la bisogna ma che invece scopro dotato di un solo bagno per gli spastici che, poveretti non è colpa loro, mi fa specie a priori; però non ho altra scelta. Entro in contatto col Dalai Lama, ché la sola forza fisica a Lazzaro non basta più, e spiritualmente inizio a smanacciarlo come un mattarino: davanti a me l'intera Pizzeria da Tònio sottoforma di calendario mi saluta con grandi affanni bidimensionali e mi offre l'allettante prospettiva di mesi futuri da vivere. Solo che il tugurio dà proprio sulla sala d'aspetto e sentir parlare di vene varicose e di Fondi Pensione Inpdap mentre io aspiro alla trascendenza mi fa perdere prima la fiducia di Dal (così lo apostrofo ogni tanto), che se ne va lasciandomi in braghe di tela, e appena appresso la concentrazione. Ho solo ancora mezz'ora di tempo per la consegna della reliquia, così cerco un eremo più isolato: il bagno del primo piano dell'ospedale sovrastante, inodore e insonorizzato. Là, nella pace dei sensi, tutto sembra funzionare: come se avessi il naso di Pinocchio in mezzo al cosciarume e avessi appena detto una bugia, qualcosa eppur si muove. Con decoro, mi sputo nella conca della mano destra e, animoso, ci dò con olio di gomito. Tutto bene, finché non arriva la donna delle pulizie, una tristissima immigrata, che vuole assolutamente pulire hic et nunc e il dover questionare con lei me lo fa ricadere come corpo morto cade. Non ho più scelta: la mia oasi dove appoggiare il nettare del mio seme gesù è sempre stata casa mia, laddove ritorno fra il mesto e il costernato. Aduso alla spontaneità, stavolta mi tocca ripiegare su ammeniccoli e parafernalia: spodesto mio babbo dal pc con la scusa "esci che mi devo fare una sega" e mi collego a YouPorn, che oggi - mutatis mutandis - nemmeno lui carica. Allora mi ficco in bagno e ripenso in flashback ai miei trascorsi edonistici: l'amplesso con Jennifer Beals nella cabina di pilotaggio del Boeing 747 per Caltagirone è ormai acqua fresca, la pedicure di Claudia Schiffer sulla riva di Viserbella Adriatica mi fa un baffo, il bagno di sciroppo e miele con Carmen Russo nella piscina gonfiabile del mio vicino di casa è un ricordo troppo lontano. Sto piangendo sale amaro, quando ex abrupto mi sovviene il ventre materno e fluido in cui sono stato in comodato per nove mesi e succede il patatrac: il grillo mi si ingrilla e faccio in tempo ad afferrare un bicchierino della Nutella, uno della serie delle Ranoplà, per poi riempirlo fin quasi all'orlo, senza residui di schiuma e con l'avvitamento da sommelier. Mi rifiondo al laboratorio, che nel frattempo si è trasferito in Via Pasteur, senza il mio solito passaggio di unguento Oil of Olaz: sono ancora dolorante di pulsazioni e tutto sgocciolante quando, attraversando in diagonale la fila, forse vittima di allucinazioni, sento parlare di rubinetti che perdono e di rincaro dei crackers alla sborra. Consegno il campione all'addetta di turno, una vecchietta con un cespo di insalata bionda sulla testa che si inorridisce al sapere il contenuto e preferisce restare sul vago apponendovi questa etichetta: 'crema chantilly tenuta troppo sul tegame'. Arriva anche il dottore che si umetta il dito di ambrosia e, passandoselo sulla lingua, commenta icastico: "non si preoccupi, ora gli diamo un bello sguardo". Penso che alla fine sia finita qui, tutto è bene quel che finisce bene, c'è di peggio (ma, anche, al peggio non c'è mai fine), quando mi volto per salutarli e li vedo, entrambi, ingozzarsi di tramezzini alla veneziana farciti di spremuta delle mie gonadi. Allora rifletto con rughe sulla fame nel mondo, ma il mio pensiero è distolto presto dalla visione di Dal che, come nei film muti, parla senza emettere suono. Alla bell'e meglio capisco cosa dice e, un po', concordo con lui:

Che giornata del cazzo!

giovedì 24 luglio 2008

Le due coree

C'ho la cotta per Seoul da quando ancora, tempi lontani, la si chiamava in una maniera impronunciabile: Seul. Aggiungeteci poi che, a otto anni, il leggere un'opera ambientata colà e seconda solo al Dizionario dei sinonimi e dei contrari - le "Paperolimpiadi" scritte e disegnate da Romano Scarpa - mi rivoluzionò la crescita del prepuzio, dovetti subire l'onta del Bar mitzvah [io che preferivo il bar(di)rino], la Torah, l'escamotage, je t'aime moi non plus, eccetera eccetera. Insomma, son cresciuto parecchio bene e ora sapete tutto del mio ardore per la Corea specie del Sud, dove crescono dei cavoletti di Bruxelles che al Sùperal mica ce li trovavi. Vent'anni dopo corono il mio sogno e sono a Seoul da una settimana quando capisco d'aver sbagliato destinazione: qua trovo monsoni che spaccano le pietre, mentre io - diocoreano! - cercavo la còrea di Huntington, l'unica malattia più fulminante degli orecchioni a sventola che mi perseguitano da un po' di tempo, l'unica tramite cui, rovinando in maniera rovinosa il duodeno, mi darebbe per il resto l'illusione di sentirmi bene. Decido d'accontentarmi, faccio a pezzi l'aeroporto di Incheon con uno starnuto che ho finto di non trattenere più e - dioocchiamandorla! - mi dirigo a occhi aperti verso il fato. Non faccio in tempo ad arrivare al mio ostello, un tugurio in cui trovo alcuni cacciatori dei qui prelibati e cosiddetti 'bachi rosponi da seta' che stasera oh vogliono proprio farsi quella zuppa lì, che mi si presenta sottoforma di cacciatrice dei qui prelibati e cosiddetti 'bachi rosponi da seta': una cittarellina sui sei anni e mezzo talmente bona che penso abbia la fica con tanto di mestruazioni in faccia visto che nel parlare mi rovescia addosso secchiate di piastrine che, a terra, si ricompongono come mercurio. Si rivolge proprio a me e, in hangul stretto con un che di abruzzese, mi dice che è "timida ma che dentro di sé cova dentro di sé una tigre dentro di sé", per poi ammorbarmi con la leggenda secondo cui in Corea le tigri rappresentano tigri che sono tigri ed è per questo, e per la loro carne al gusto di elefante dei monsoni del nord, che le abbattono senza pietà e che le divinità sono. Si ferma lì, su quel punto, lasciandomi maliziosamente presagire tutto il resto. Il mio cordless in Corea non arriva a funzionare così la sera lei telefona ai miei in Italia e insomma alla fine ci vediamo. Giusto il tempo di capire che la ragazza che mi ha chiamato era una che non conosco che aveva sbagliato numero e poi ci presentiamo - lei, tipico nome autoctono, si chiama Numer Sbagl-iai - e lei mi porta nella camera fluorescente di un love motel dove io so che ci giureremo amore eterno. Invece no, è una tipetta che ha studiato Ingegneria Balorda al porto di Busan e ama il pragamatsmo yankee: della mia sfera affettiva, vuole proprio il nocciolo nodoso, la concretezza salsicciosa, il qua cosiddetto 'rocchio ripieno' e, senza chiedere, se ne serve a suo piacimento, ora con le bacchette ferrose, ora con il cucchiaio sbeccato, ora con il bocchino arcuato, ora con il bocciolo all'insù, ora legandomi con fili non sdipanabili di ramen al vaporaccio di metropolitana, ora fermentandolo insieme al kimchi, ora approfittandone per rintonacare di biancoperla le pareti stinte. Egoista e soddisfatta, sta per abbandonare me e le sue melliflue promesse per cui tanto ho combattuto, quando si taglia con la motosega accesa che mi aveva già regalato per il mio prossimo compleanno; è in quel momento che, trasformando con trasporto zen la mia esterrefazione in astio atavico, le esalo sulla ferita atomi infinitesimali di orecchioni a sventola che, tempo di farmi un caffè amaro, la rendono polvere davanti a me.

Mi slego, mi alzo, pago quella stanza con fecciosi won e sibilo al pellegialla di fronte a me: "diomonsone, che delusione la Corea!".

martedì 15 luglio 2008

Induvai Indurain

Le mode non mi sono mai piaciute. E' per questo che, fregandomene sublimamente del ciclismo, fra il 1991 e il 1995 - io avevo fra le undici e le quindici lune, lui (cippirimerlo!) fra i ventisette e i trentuno anni di comune mortale che una volta passati non ritornano più - elessi a mio idolo Miguel Indurain Larraya, detto anche Indurain, ridetto anche "il Navarro triste" per via della curiosa coincidenza per cui il suo secondo cognome, Larraya, aveva la stessa allitterazione doppia in r della parola 'navarro'. Quando io eleggo, non ci sono santi in paradiso che tengano: eleggo. (Oggi, più grande e maturo, passatemi il calembour, scarico invece libri ed e-leggo.) Quando c'era Indurain il mondo mi sembrava migliore e anche io avevo cambiato le mie parche abitudini di vita: in pratica, allora m'era presa la fissa di svuotare il duodeno dopo aver pranzato invece che prima, cosicché potessi espellere il malaccio arrecato dai cibi subito invece che trattenerlo intramoenia a far che poi non si sa. Di solito, per scendere nel concreto, succedeva questo: pranzavo (che bello l'ovetto fresco che mia mamma mi buttava giù a imbutate - chiara e tuorlo, che ognuno a suo modo fa tutto bene - contro la mia volontà da estirpare anche a colpi di cilicio plus frullati energetici di carote pre-Ace), leggevo in terrazza a pancia in giù di modo che il frescolino dell'impiantito producesse i suoi effetti benefici, qualche avvisaglia gassosa, poi la liposuzione del bisogno-quello-grosso da parte di mio babbo, infine l'accendersi di una Rai qualsiasi - mai più di mezz'ora che fa male agli occhi - a mostrare le gesta di questo don chisciotte dell'andatura bipede ma sui pedali e, occasionalmente, contromano. Lì, lui sulla sua dueruote e io sulla mia cyclette, entrambi eravamo sudati e uniti contro uno, nessuno, centomila mulini a vento, in un'adolescenza estiva e italiana che era solo mia ma che toh, togo com'ero, un pezzettino gli avrei potuto pure cedere.

Oggi che corro su quell'età di Indurain mi chiedo com'è possibile avere l'età indefinita di un mito, e che fine abbia fatto Indurain, su quali strade stia andando, perché nessuno lo ricordi più, perché funziona così-che la quotidianità non viene da menzionarla?; ma soprattutto, spaurito, mi chiedo: induvai te, Fontina Boy?

martedì 10 giugno 2008

Lupo la peripatetica

















Tutto iniziò con gli studi
facoltà e voglie da architetto
lei gode, tu sudi;
usò prima il compasso per diletto,
il proprio beninteso,
poi fu la volta del lucido, arrotolato
e non già steso,
oddio, cos'è stato, cos'è stato?
Si insinuò il piacere
nell'abitudine da zitella
e questo portò al poco temere
via i libri, che bella son bella
ora è il turno di volere.
Gli occhi stramazzati,
quasi viola, quasi da gatto,
ti fissan come congelati
uno sguardo come un patto.
La fredda sera non sente
né fa sentire
all'anima che non si pente
di comprare l'amore a poche lire.
Il suo prezzo invariabile,
che soddisfi ante, retro, sotto, sopra,
diventa costume amabile
fra i derelitti, giammai che qualcuno la copra
se non in senso animale
lei che ogni amore dato si rannicchia fetale.
Finché l'inverno scostumato
la ammalò
di un malanno ormai poco usato
e ce la portò via in un soffio, alò.

Triste fu che la sua leggenda durò poche ore,
una figura lontana a passeggio per i viali,
giusto il tempo di una visita dal dottore;
in un lampo dimenticata, ai maiali.

mercoledì 21 maggio 2008

La quarta

(D.Leg. 123/90 bischero - Nuova materia introdotta nell'ordinamento: Le fulmicotonate.)


O oggi non ti incontro Mara, una ex compagna di scuola con du' affari che diosololosa. All'epoca bastava dirle "Mara + Dona = Maradona" e giù, ci stava come se non ci fosse domani. Le ripeto il succulento assioma, ma ora è ritrosa e schifata dalla vita, come tutti. "Puah, sei diventata una persona a-mara", e la lascio al suo mondaccio, di cui è inconsapevole. (Galantuomo, calo un velo pietoso sul fatto che s'è pure sgonfiata.)

Intensità ridanciana: 63,2%.

martedì 29 aprile 2008

Tolleranza zero

Vado in giro, vedo cose, m'infilo nelle case, incontro gente; e, puntualmente, rimango deluso. Se non deluso, basito, sorpreso (in negativo, sia chiaro), sconcertato, scontento. Puntualmente, a meno che non mi innamori, al che la delusione è solo questione di "data da destinarsi". In parole povere, magari è in ritardo ma, presto o tardi, arriverà. Esigo troppo (d)al mondo oltre che (o prima che) (d)a me stesso? Non l'ho ancora bene focalizzato, magari nella prossima vita - quando sarò una talpa allergica alla terra - ci lavorerò su. A occhio e croce, in ogni caso, direi di sì e direi di no. Per ora, critico, giudico, mi arrabbio, sto male, faccio di tutto per essere infelice. Faccio categorie mentali, le adatto non solo al mio mondo ma al mondo intero, e traggo risultati. Lo so, vivo come se stessi giocando a scacchi, ma sono fatto così; e poi sono in molti a vivere così, magari illudendosi che per loro non vale o magari nascondendo(se)lo bene. Solo che io ne ho coscienza. Potrei cambiare, lo so; ma è difficile, e poi è più comodo restare qui dove sono arrivato ora. Hai voglia se è più comodo. Infine, diciamola tutta: mica sono fatto tanto male; anzi, a pensarci su, direi proprio il contrario. Fate una cosa: resettate tutto quello che ho poc'anzi descritto o, meglio, rovesciatelo al positivo; che sono sempre quello lì, ma in versione bòna. Preciso, pulito, ordinato, puntuale, affidabile, organizzato. In pratica, una casalinga della vita in un mondo che va a rotoli. Sarebbe facile rotolare, ma tengo duro. Ovviamente sono solo; e non sarò nemmeno leggenda. Ma dico io: come fai a rimanere positivo o, alla meno peggio, inerte quando la gente, praticamente chiunque, inizia la giornata alzando le tapparelle a metà o, se va bene, a tre quarti? Mica le alzano del tutto, che chissà quale sforzo ulteriore in più richiederebbe e poi, figurati, va già bene così. Loro credono che il detto in medio stat virtus si riferisca a questo. Così rimane l'orrore grigio o, nelle case vecchie, verde delle tapparelle a tre quarti, l'orrore dell'Italia delle tapparelle in bella mostra sia da fuori che da dentro, né troppo su né troppo giù, un ovosodo di merda che non dice niente, non dice "sto dormendo" né dice "sono all'erta". (Che poi, per inciso, esagero: la questione è anche meramente, solamente estetica, plastica.) Così come, le stesse persone, praticamente tutti ovvero, a fine giornata, chiuderanno in bellezza con le tapparelle abbassate non del tutto, di modo da lasciare i puntini attraverso cui la notte, anche lei emette luce, filtra in casa. Questo dovrebbe avere senso, ragione di esistere, dovrebbe essere soggetto a comprensione? No, mi spiace, che di questo passo poi, di queste persone qui, dovrei tollerare anche, in ordine non esaustivo:
- porte di casa né chiuse né aperte, bensì (ohibò!) lasciate semiaperte;

- la porta del bagno lasciata semiaperta anche quando uno ci ha cacato dentro (con, beninteso, la finestra del bagno invece chiusa);
- il tubetto del dentifricio strizzato dalla metà o, peggio ancora, dalla cima;
- gli schizzi di piscio sull'orlo del water se sono maschi (argh);

- i peli del cazzo o della fica nel bidè o, che brividi!, nella griglina della doccia;
- le orme delle scarpe in casa se fuori ha piovuto (che mica possiamo, noi yuppies, perdere due minuti due a strofinare bene gli zerbini);
- i tappi delle bottiglie, uff, avvitati mica del tutto;
- i barattolini delle spezie semiaperti, capovolti e, ci mancherebbe!, seminanti spezie dove capita;
- l'oliera unta anche all'esterno, perché, capirai!, ce ne vuole a passare un ditino a raccogliere la goccia che cade sempre e per forza;
- i coltelli inseriti nel portaposate con (diocane!) la punta in alto;
- i coltelli a grillo ritto mischiati alle forchette mischiati ai cucchiai mischiati ai chucchiaini nel portaposate anche se ci sono gli appositi divisori (ma perché?);
- i piatti mischiati alle pentole mischiate ai bicchieri mischiati alle tazze nel portapiatti sopra al lavello anche se ci sono gli appositi divisori (MA PERCHE'?!);
- la busta di plastica dei cereali bellamente aperta (quella dentro la scatola di cartone, anch'essa immancabilmente con le alette aperte);
- il cartone di latte vuoto buttato, non si riesce neanche a dire, in verticale nel bidone, che dai, vuoi sul serio metterti a schiacciarlo per benino?;
- il vestiario buttato tristemente impilato in terra invece che comodamente appeso su una sedia quando è l'ora di coricarsi (non appena dopo aver buttato, non giù giù del tutto, le serrande, beninteso);
- il dormire, se maschi, rigorosamente nudi dalla cintola in su o toh, al massimo, con la canottiera del giorno insieme alle mutande, anch'esse del giorno (il pigiama mai, ovvio; ma vogliamo scherzare?).
Sono, loro, le stesse persone che ti daranno il benvenuto a casa loro con l'ipocrita "scusa il disordine, scusa il casino", ma ovviamente non faranno mai niente per non fartelo trovare la volta successiva, e che, sempre intorno a loro e al loro metro di paragone ruota il mondo, altrettanto immancabilmente, ti diranno un lusinghiero (però quanta-implicita-voglia-di-metterti-in-imbarazzo-per-quanto-sei-freak-control) "accidempolina, che ordine!" quando sono loro ospiti tuoi. Lo stesso troiaio di persone che se ti chiedono una sigaretta e tu rispondi "mi spiace, non fumo" si sentono in dovere di dirti "beato te", come se loro, poveretti, avessero subito una maledizione che li condanni a fumare per l'eternità. Due secondi dopo, chiaro anche questo, stanno già esaltando il merdoso catrame della sigaretta misto all'amaro del caffé. Due secondi dopo, ancora più ovvio, sono a cacare in ogni posto loro capiti a tiro, perché niente fa andare di corpo in maniera ufficiale come caffé atque sigaretta. Sia chiaro, poi: queste persone, praticamente tutto il genere umano maschile e, triste a dirsi, ormai femminile (nelle scuole non c'è più "Economia domestica" del resto), dormiranno sonni ben più felici dei miei, russeranno, avranno un compagno/a accanto, avranno un lavoro l'indomani mattina, faranno belle vacanze, avranno il sogno di tutti gli esseri umani che siano decentemente intelligenti e civili: un figlio/figlia. E io, e i pochi noi come me, giù a non avere nemmeno il cantuccio di un sogno a disposizione da succhiare, da mungere, da spremere. Giù a patire.

La vita sì, è proprio bella.

sabato 29 marzo 2008

Catechesi

Come tutti gli italiani su questa Terra, italiani all'estero ivi compresi, anche io sono stato un agnello del Signorino. Un periodo di pura felicità, dagli otto ai diciotto anni circa, ma così tanta che, a ricordarla, il cor mi si spaura. Tutto iniziò in modi oscuri che non posso certo ricordare ma sicuramente continuò quando io, curioso come non mai, scoprii che, con la scusa degli spirituali abbracci fraterni che concludevano ogni sessione di catechismo, si poteva avvolgere in maniera impudica le polpose forme femminili e, più spesso che no, toccare pure il - si astengano i pii - didietro. Purtroppo, tutto questo - passatemi il termine - ben-di-dio si dové interrompere sul far della maturità con la scoperta di una gravità insormontabile, oserei dire burocratica: il sempre temuto Gesù Cristo, si arrivò a scoprire, era un mentecatto reo di essersi addirittura cambiato il cognome - l'impronunciabile (è dittongo o iato?) ma poetico Dio - nel più popolare Cristo. Andò così: deciso di cambiarsi il cognome, quello che, viste le rimostranze sul cognome, da ora in poi nomineremo solo come Gesù, non sapeva quale altro scegliere. Allora si affidò al caso, che alla sua epoca ancora si chiamava fede. S'affacciò alla finestra e scelse di assumere, come cognome, la prima parola che avesse mai visto. Passò un camion di netturbini palestinesi che sul vano ribaltabile recitava "Cristo che puzza!", solo che il "che puzza!" s'era sbiadito nel tempo mentre "Cristo" no. La ragione è che quella parola era stata scritta con un pennarello Uniposca, indelebile sì ma quasi finito e difatti finì del tutto alla "o" di Cristo", e il resto fu invece compilato con olio di palissandro.
Ecco, in sintesi, la ragione del mio abbandono della spiritualità. Un po', pur tuttavia, mi dispiacque, soprattutto per aver perso tutti i grandi SE che tale frequentazione mistica includeva. Il fatto è che fra le assidue frequentatrici c'erano Simona Evangelisti e Sandra Evangelisti (autogooglatevi, autogooglatevi!). Parenti, dite? No, siete fuori strada. Le due sorelle amavano compensarsi, nel fisico e nello spirito. L'una sfoggiando un - qui mi date la scomunica - sedere che, a forza di stare seduto per suonare l'organo in chiesa, aveva assunto la tipica forma del mandolino. Si dice che Stradivari ne stia ancora studiando, invano, il gioco di rimandi sonori interni. L'altra sfoderando, sul davanti, un paio di campane che il Duomo non ce l'ha mica così poderose. Solo che noi, fin da piccolini, le preferivamo Simona, il cui - ahia, già vi sento! - culo pareva promettere oro, incenso e mirra. Ci avevamo fantasticato tanto su quella caverna buia e inesplorata che, alla fine, a otto anni eravamo già sicuri corrispondesse alla geografia del paese dei balocchi e, a diciotto, ne eravamo convinti finanche di più.

Invece no, se pulito (non è mai detta), andava solo inculato. Quando mi capitò, fece pure male e fu una delusione infernale.

venerdì 14 marzo 2008

Gori il videotecario

















Era sempre all’altezza della situazione
aggiornato ci mancherebbe
e spesso in anticipo sui tempi;
a volte pareva il futuro messo in piedi lì [oggi,
e sarebbe bello pensare
che nel futuro ci sarà mai tale e tanta [moralità.
Mentre collezionava l'utile e il disutile
univa sarcasmo e buffoneria
grand-guignol e ironia cinica;
di spavalda goliardia spolverava i suoi [cimeli.
Tra un fumetto e una buaccaesse,
nuova e registrata in sp
(l'lp, ah che naïf, non sapeva come [attivarlo),
mai orfani di numeri e cataloghi,
con lui la morte faceva le fusa al Cluedo,
l'autentica solitudine si accompagnava,
ah gli ossimori e la dialettica non eran per [lui,
alla disperata critica di quella
balorda della condizione umana.
MA.
Ma, ciò appena detto sopra, valga senza
il volgo conio del comune disprezzo.

L'afflato resta: certo che putivi murire
doppo avermi prestato tutte
le tue buaccaessine dolci e tenarine.

martedì 26 febbraio 2008

La terza

(D.Leg. 123/90 bischero - Nuova materia introdotta nell'ordinamento: Le fulmicotonate.)


O oggi non ti incontro una ninfomane. "Diocaro che nutria!", esclama lasciva dopo avermi lasciato manco in tela di braghe. Un assist raro: "Ed è pure nutriente", chioso con tenero aplomb; ma la povera malata è già riversa sul suo daffare.

Intensità ridanciana: 87,7%.

martedì 12 febbraio 2008

Krakatoa!

Gasati sgassavano gassando l'aria. Turbolenze pneumatiche. Rombi (non i pesci) cacofonici. Razzate micidiali. Rotori di qua, rotori di là. Un puzzo assordante. Un casino che non vi dico. I centotre assatanati parevano voler concorrere con gli Hell's Angels laggiù nelle strade californiane (qui, nondimeno, si era sulla Bettolle-Palazzo del Pero). Gli stessi angeli infernali, se li avessero visti, sarebbero corsi da mammeta col pollice a succhiotto. E' tutta una questione di sguardi, la cattiveria. Puoi essere tenarino come lo studente Garrone ma avere occhiate (le occhiaie verranno) da Andrei Chikatilo, e sarai cattivo. Loro, per di più, sembravano scaglie di drago rifiutate dalla cresta di Minosse e avevano lampi che manco Donato Bilancia, ed eppure era tutto uno yeah-yeah. Sì, ma uno yeah-yeah di sangue e di cervellini fritti impanati. Stavano lì, in sosta; sostavano e il mondo pareva in apnea con loro, tanta era la tensione connessa alla loro stasi. Che facevano? Cosa volevano? Stavano aspettando qualcosa? Nessuno parlava, tantomeno loro, fedeli adepti del silenzio che intimorisce solo a sentirlo: quindi nessuno sapeva. Stavano lì, in sosta nel parcheggio di fronte casa mia, a farsi beffe del mondo che non proseguiva se non attraverso i loro tuoni minacciosi. Li guardavo dalla finestra da un po' e infine mi decisi: a mio avviso, erano mammolette in confronto a me. Aggrappai il loden verde a bottoni marroni, troppo lungo per me; afferrai le scarpe, quelle buone; arraffai una papalina di lana calda, calandomela storta sul capo: non volevo fare il puzzo, ma ci tenevo a presentarmi niente male. Scesi le scale e, con assoluta indifferenza, li raggiunsi, cosa che li stupì alquanto. Videro che sono basso, ma lo capirono soltanto un po' dopo: allora, cominciarono a ridere. Io tremavo dentro ma, ancora di più, fremevo. O implodevo o esplodevo. Decisi di darmi retta: sarei esploso. Sapevo di stare per sgominarli, proprio in mezzo a loro - epicentro del loro vulcano. Contenevo pressione da parecchio, su alla finestra, e a pranzo avevo mangiato fagioli. Mi calai tutto d'un colpo tuta e brache e, soffiando come un gatto, inarcai la schiena ed eruttai ciò che, anni dopo, causò l'11 settembre.

A nord di Fresno, una tramontana improvvisa scompigliò gli Hell's intenti ad adescare maestrine imberbi in uscita dagli asili locali e non ce ne fu più per nessuno.

martedì 22 gennaio 2008

La seconda

(D.Leg. 123/90 bischero - Nuova materia introdotta nell'ordinamento: Le fulmicotonate.)


O oggi non ti incontro un femminista. "Viva la bellezza scoperta delle citte", mi fa tutto d'un botto, come se non si potesse che essere d'accordo con lui.
"No, mi spiace", asserisco grave, "io sono per il burka, ma non uno stile tovaglia. Basta poco: il burkina faso"; ed è statua di sale.

Intensità ridanciana: 91,2%.

domenica 6 gennaio 2008

Un, due, tre, stella! - #1

Le medie, che periudino!
In prima, a parte il fatto di essere crocefisso un giorno sì e l'altro stavo a casa, mi divertivo, smettevo solipsisticamente di leggere Topolino e intraprendevo la lettura con sangue & tette (oh, a volte s'intravedeva il pezzato nero laggiù!) di Dylan Dog, passavo dal chiamare per nome al farlo per cognome (Fede diventava il Barbini, Marco lo Staderini; Giovanni non meritava nemmeno tale evoluzione, avendoci tradito per la B, la sezione col francese e con la Severi), dai compagni del rione e delle elementari agli amici che venivano da lontano (Ceciliano, Quarata, Ponte Buriano...: oh, gli ci voleva l'autobus per arrivare!), ai bocciati ("mamma, ma e se i bocciati mi fanno vedere i sorci verdi?"), a quelli che non fumavano giusto perché ancora s'era alle medie. Voi ci scherzate ma fra i bocciati c'era anche il Lucani, uno che aveva già p-o-m-i-c-i-a-t-o e forse forse anche qualcosa di più! Venivo crocefisso perché ero alto massimo 1,36 metri e all'epoca - un'epoca che è durata pressappoco tre lustri - mi rodeva non poco. Altitudine modesta e conseguenti mani piccole, sempre avute, non mi permettevano di eccellere soltanto in ginnastica - non afferravo la palla di pallamano - e in musica - non tappavo tutti i buchi del flauto di merda. Si può essere alti massimo 1,36 metri quando attorno avevi cavernicoli della tua età già da 1,80 e passa. Manolo!, Manolo della B!, che cazzo di finaccia hai fatto? Che poi lui, paraccio, era una pasta: ti curvava le dita all'indietro ma mica te lo negava mai, un sorrisone felice. Spero che la droga ti abbia messo le ali, guarda. Però, solo per il leggere (indovinate chi era il primo nella graduatoria dei libri presi in prestito e riconsegnati?), sapevo cos'erano le mestruazioni, conoscevo tutti i nomi dei genitali maschili e femminili (mi mancava giusto clitoride, ma quello pure per molte donne è una chimera), ero piuttosto vispo; insomma, le prese in giro erano bonarie, come fra uomini d'onore, ma finivano lì; poi, magnanimo come Abele, io ho sempre fatto copiare senza piaggeria e allora, anzi, ero proprio rispettato. Roba che dopo qualche giorno ero già diventato il miglior amico di Marcellino, lo spacciatore napoletano delle case popolari, e avevo davanti a me tre anni di rendita. Roba che un'altra volta, nello spogliatoio dei maschi (l'inferno sulla Terra: assi, pancali di legno, orinatoi, oggetti contundenti eventuali e... docce, con l'aggiunta del prof. immancabilmente giù in palestra dunque assente), mi arrivò sulla schiena e a tutto fòco una scarpa da ginnastica non destinata a me, lasciandomi in apnea per un minuto o più e in lacrime, senza che questo - nemmeno le lacrime esibite! - si tramutasse in ludibrio. Pensate voi, per arrivare a un risultato così, al lavorìo che avrò dovuto fare per compensare l'onta delle mie deficienze fisiche? No dico, pensateci un po' su! Beh, ve la dò io la risposta: neanche tanto.


E poi c'erano tanti altri che, magari più fortunati geneticamente ma meno schioc-schioc, si meritavano tutto il disprezzo di un'intera classe, compreso il mio: il Livi puzzava, la Bidini c'aveva il capo a cisterna, il Barbini stava diventando Moco, il Mariottini nano strafotteva pure, il Baracchi era tonto, il Mulè ci sembrava finocchio, la Rossi finocchia. Sì, finocchia!

venerdì 14 dicembre 2007

La prima

(D.Leg. 123/90 bischero - Nuova materia introdotta nell'ordinamento: Le fulmicotonate.)

O oggi non ti incontro una vecchina. Yoda, il mio piccolo cane giallo, le annusa i piedi. Lei, candida: "è perché ho due canini".
Io, ratto come non mai: "e io, che non sono vecchio, ne ho quattro", e le mostro fiero il dentino.

Intensità ridanciana: 83,6%.

Bolle!

Alle elementari il Crystal Ball impazzava perché con quello, e con nient'altro al mondo, ci potevi giocare e cambiare colore al mondo. Io, me lo ricordo bene, ero in quinta elementare e per l'occasione avevamo cambiato sede (le elementari non sarebbero più state dove le avevo iniziate, ma all'epoca poco me ne fregava), diventando suffisso dell'edificio delle scuole medie, cosa che già ci proiettava in dimensioni mentali più voluminose e, qua e là, peccaminose. S'era ancora bambini ma già si pensava in grande: io scoprii Giulio Verne e la possibilità di scherzare senza più innocenza. Un anno dopo, ne vado ancora fiero, il sanguinaccio delle femmine anche se, nonostante abbia avuto tutte le malattie infettive (in ordine alfabetico), quello non m'è mai venuto poi. Niente Guinness, pace oh! Seguendo la logica degli scacchi enumerata in un comma che non sto a elencare per non rovinare la fluidità di questo mio incipiente discorso metaforico, i maschi vestivano grembiuli neri e le femmine bianchi. Finezza dell'istituzione scolastica italiana per inculcare l'idea di bene e di male, di forze contrarie che si attraggono, di manicheismo, di gerarchie di potere, di ingiustizia. Ingiustizia, sì: perché i bianchi, si sa, muovono sempre per primi. A priori. Fatto che mi parve tanto esagerato da porvi autonomo rimedio, da precusore del ribellismo borghese da quattro soldi. Due le contromisure d'urto, e questa la maniera in cui agii: 1) per uscire da scuola, si doveva scendere una rampa di scale a chiocciola (ma squadrata): al che, io restai su in cima e, insieme a un amico, attesi la vittima designata. Uno, due, tre! Squirt, un bel burrino in testa alla malcapitata, tale Martina. Solo che sputai solo io, solo che il mio finto amico fece solo finta mentre io no, solo che il burrino doveva pesare più del previsto e quindi Martina se ne accorse, solo che lo disse alla maestra, solo che la maestra ebbe il malanimo di controllare, solo che, controllando, la maestra si rese conto che era tutto vero, solo che io, vispo come sempre, capii in un lampo la situazione e trascinai letteralmente via mia mamma venuta a prendermi con la scusa che volevo arrivare a casa in fretta per finire "Viaggio al centro della Terra" (un grandissimo Verne!), rendendola mia complice in fuga benché ignara, solo che credevo ingenuamente che, passato un giorno, tutti si sarebbero scordati del fattaccio, solo che così non avvenne, solo che il giorno dopo, al cospetto di mia mamma venuta ad accompagnarmi e ancora ignara (ché io, ovviamente, non avevo raccontato niente) e quindi molto stupita, la maestra mi fece una ramanzina mica da ridere e io mi sembra che piansi (ma forse, già ometto, anche no, anzi ci giurerei che è no), solo che io, per passarle la penna affinché lei mi segnasse una nota di demerito sul diario del Piemme, gliela traventai addosso (senza intenzione stavolta, giuro) e lei si imbestialì ancora di più e faceva davvero paura ma poi ritornò brava.
2) non me lo ricordo.
Il Crystal Ball impazzava e io, sempre un passo più avanti di tutti, impazzivo per Cristina, occhioni verde-adriatico su sfondo d'un rosa pancia cane da cucciolo e una criniera bionda, spesso a cavallo, che invitava precocemente al sadomaso. Tutti avevano una cotta per Francesca ma, mora, alta, taurina, già campionessa di motociclismo, io non la consideravo: del resto, ho sempre avuto un debole per le timidine, le piccoline, le puttanelle indifese insomma. Cristina e sua sorella Federica, più grande e già "madonna ma bona", che letteralmente stravedeva per me, simpa, brillante, compleannaiolo come mai più da allora. Solo che per arrivare a Federica (intanto non vedevo l'ora di arrivare alle medie ed essere grande, "adatto" a lei) dovevo raggiungere prima Cristina, così credevo. Al che era tutto uno scherzo più fantasioso e divertente dell'altro: tipo che, già amante delle linotipie a chiave, storpiavo il jingle del Crystal Ball sostituendo il nome Cristina alla parola Crystal. Da butolarsi! Fino ad arrivare al climax della mano sul sederino ancora odoroso di borotalco: Cristina era piegata in terra, buco pillonzi, per disegnare qualcosa di avanguardistico che la nostra maestra ci aveva ordinato per la sua galleria d'arte fai-da-te, e io presi tutto il coraggio a quattro mani e, spavaldo di fronte a tutti e a tutte (del resto ero quello che aveva sputato in testa a Martina!), feci la mossa di toccarle a palmo aperto le mele. Un "oooooh" generale esplose ma io, sempre pieno di self-control, mi fermai a un millimetro dall'oggetto del desiderio, ché di gentlemen il mondo non è mai pieno abbastanza. Lei capì il tutto, si alzò su e, arrossendo bambina, pure lei fece la mossa di darmi uno schiaffo, ma solo la mossa pensate un po': al che, il segnale fu chiaro e giù di lingua fino allo sfintere pancreatico.

Federica però si era già persa nella droga e nella rivendita di kalashnikov agli orfani dell'Irpinia terremotata e, avvezza alla vita rock, non le avrei più ispirato tenarume. (ma a me, tum-tu-tum!, da allora è sempre battuto forte il cuoricino, per le Cristine.)

giovedì 29 novembre 2007

Tubercolite

Io, per quanto mi riguarda, credo di averlo capito - il senso della vita, dico. No, anzi: l'ho sicuramente capito. No, anzi: lo capisco ogni giorno almeno due volte al giorno, spesso pure tre, quando va grassa quattro. Andate nelle case altrui, infilatevi in bagno e lo capirete, se quelli che vi abitano l'hanno capito - il senso della vita. Il dentifricio lo rivela; meglio, il tubetto del dentifricio. Vedete, le statistiche (mi sono informato) rivelano che il 97,6 % della popolazione mondiale, ovvero un bel po', strizza il tubetto del dentifricio a metà, spesso pure - quasi non si riesce a riferire - in cima, sulla cappella. 'Io che fòga! Io, che invece sono per il deep throat, vado alla base, immancabilmente (e ci mancherebbe), invariabilmente, pigiando su ogni piccolo, singolo residuo di pasta dentifricia. Che la guerra pòle sempre ritornare, e conviene mantenere l'improntitudine adatta. Ma è il gesto, poi, che è tutto, mica il risparmio. La gente strizza in cima, o, ripeto, ben che vada a metà, e pensa che sia normale, tale atteggiamento e la testa che l'ha materializzato. Questa è gente che, con la stessa leggerezza, se il tubetto ha il cappuccio a scatto mica lo richiude per bene (no, fa seccare tutto, è solo dentifricio in fondo, s'arcompra, i veri problemi son altri, la fame nel mondo è prioritaria, tesoro l'hai fatto il versamento all'Enpa?); gente che dà l'elemosina e vota Bacigalupo; che dice di essere ambientalista ma alla Cherokee Gran Turismo non ci rinuncia. Sono gli stessi che strizzano il dentifricio a metà o, brr, in cima e, poi, neanche lo rimettono nel bicchierino apposito, accanto allo spazzolino. Lui può stare lì, in orizzontale, sulla sporgenza di fronte allo specchio da bagno: ma che orizzontali, possibilmente freddi, ci diventino loro! Gente, gentaccia malevola, che leva la capsula ai deodoranti, prima di umettarsi, e poi mica la rimette. La lascia, pur'essa, sulla sporgenza di fronte allo specchio da bagno, presto una cloaca immonda di grumi al fluoro e di bave tricolori. Gente che ruma nelle padelle antiaderenti con i cucchiai di inox, che loro sono gente pratica, non vogliono beghe, van di fretta, son toghi loro, yuppi oh yeah! Gente già proiettata al futuro, col progresso nelle vene: il legno è anticaglia contadina, viva l'acciaio Shinobi. "Eh su dai, che vuoi che sia...": già certo, loro hanno la testa già altrove, al Biafra, alla questione del nucleare, a Madre Teresa di Timbuctù, ai potenti che hanno tutto tranne la felicità, alla colazione del Mulino Bianco. Io, che non dico di ciò che non ho sperimentato, c'ho provato, a fare lo stesso: ma niente, il cervello, dunque poi la mano, si opponeva, le sinapsi si associavano all'Anpi, i neuroni si trinceravano dietro la linea Maginot della passione, scoppiava il '48, il buttasu insomma, e alla fine si sanciva la vittoria del raziocinio sul caos. Era, ed è, giusto così. Quel dentifricio, e chi con e per lui lotta, vive, spasima, ci perde il sonno, i perdenti nati, i nerd, i fondi di bottiglia, i nani, gli ansiosi e astiosi, si secca, piglia la polvere, non protegge più lo smalto, perde l'Omega Tre, muore. Solo, sulla sporgenza di fronte allo specchio da bagno, che manda un riflesso: quello, opaco, della mia anima che ha capito il senso della vita.

Meglio della Pasta del Capitano gusto salvia e bicarbonato non esiste. Tonico e frizzante, ma leggiadro.

domenica 18 novembre 2007

Il mondo in un pugno.

Io, col fatto di essere stato un bravo chierichetto, mi sono fatto la mia prima sega pochi giorni dopo il compimento dei miei ventidue anni. Prima d'allora niente, nisba, nada, caput - lo giuro su Hitler e, volendo, sulla Stasi. Fino a tale età, per una burla subita e mai chiarita in età pre-scolare, chiamavo i misfatti manuali con il nome inappropriato ma ben più colorito di cavoletti di Bruxelles e quindi, pur facendomele, credevo ovviamente di fare altro. La mia coscienza rimaneva linda come il bucato appena steso al sole marzolino, e io ero un omino felice. Non avevo problemi di occhiaie, ci vedevo come un falchetto in cattività di Rapolano, andavo a messa anche ogni domenica, nemmeno osavo pronunciare la parola singolare femminile 'bestemmia', luogo di tautologiche perdizioni e di mise-en-abyme. Anzi, all'epoca mangiavo - che buoni! - ben più cavoletti di Bruxelles di adesso e credevo pure di essere uno degli artefici di tanta e tale prosperità, e sul mercato ortofrutticolo in generale e sulla mia tavola nello specifico. Già, perché poi, quando per sbaglio o per la foga dell'immedesimazione passavo dallo smanacciare il joystick Atari regalatomi qualche Natale prima alla regolazione della mia personale periferica, da me uscivano immancabilmente solo e sempre cavoletti di Bruxelles, annunciati da un sonoro che già all'epoca reputavo spiritosissimo: uaaaargh! Ah, questione annosa: non saprei dire, infatti, se ne producevo tanti perché ne mangiavo tanti o se, circolo virtuoso, ne mangiavo tanti proprio perché ne producevo tanti che mia mamma, dopo averne surgelati per tutto l'inverno dell'85, doveva finire per bollirli e servirli appena freschi.

A proposito: magari è per l'effetto serra o magari è perché i nazisti non hanno risparmiato nemmeno il neutrale Bruxelles, o magari chissà, ma sta di fatto che io i cavoletti non li ho più nemmeno trovati; e voi?

martedì 6 novembre 2007

Col Q, col Q!

Le fortune di una famiglia spartana e libertina quale la mia: ruttare e cureggiare non sono mai stati visti come una minaccia al buco dell'ozono. Anzi, tra i due, cosa inusuale, semmai più il ruttare veniva castigat ridendo moris che il secondo afrore. Forse perché il primo viene effettuato ad altezza viso, mentre il secondo là dabbasso non dà noia a nessuno, ancorché salga su poi, quasi a voler sfidare Dio e le sue leggi di gravità. Sarà che la mia famiglia, di generazione in generazione, è stata sempre una famigliola cara e normale, senza mai pregiudizi o timori reverenziali, ma da noi ogni "brot-rotoprot" è sempre stato salutato con un risolino degno di approvazione se non proprio di soddisfazione. Qua e là, di invidia se l'autore era stato particolarmente bravo e, duole dirlo, inimitabile; qua e là di scherno e derisione, più in generale di burla di quelle proprio ridarecce. Roba da non trattenersi. Ricordo, cronometro alla mano, un diciassette minuti e mezzo di veneficio conseguenza di una lofa di mio fratello che a tanti avrebbe dato fastidio e basta; a me fece invece crescere con un senso di inferiorità e di impotenza senza pari e che, nei giorni di luna piena, mi porto ancora dietro. La teoria è che cureggiare sia la dimostrazione lampante della più alta concezione di democrazia esistente: la cureggia, difatti, è uguale e libera per tutti, così i suoi strascichi incipienti. Tanto cureggia il nonno o il capofamiglia quanto cureggia il nipotino, in un circolo virtuoso di benessere morale e sociale. Che poi, a dirla tutta, è anche benessere fisico: l'espulsione dei gas stomato-intestinali, come si sa dai bollettini medici, evita la morte di tre mesi netti netti; e, per i fumatori, butta via la nicotina in eccesso che, altresì, formerebbe il fastidioso, parola che già mette ansia di suo, pancreas cancrenoso di brutto. Il problema principale, uno potrebbe dire, è il rispetto verso gli altri e lo stare in società.

Beh, da bravi lincolniani di ferro, noi di famiglia abbiamo sempre optato per la soluzione più consona e umilmente démodé: cazzi loro!

martedì 9 ottobre 2007

Un bacio.

Voi scrivete una missiva a una ragazza, sia pure per carta e posta tradizionali che per e-mail, e state pur certi che quella, se e quando vi risponde, chiuderà con uno schioccante "un bacio" che, smack!, schiock!, ti pare schiantarsi vivido sulla tua pelle. Un bacio, o baci, magari se è alla prima risposta sarà un abbraccio, o abbracci, ma insomma ci si gira intorno come il cane che si morde la coda. A volte pure qualche mascolo risponde così, e lì c'è da temere ché, si sa, al peggio non c'è mai fine. Questa è una delle poche regole vigenti nella vita, tanto assodata che la trovate pure, a pagina 456 comma bis, del Codice Civile. O, se non è lì, magari mi sono confuso e allora è nella prefatio al Guinness dei Primati 1988 copertina arancione. Poi, altra verità inconfutabile, vai a conoscerle realmente, carne e sanguinaccio come sono fatte, incolli la tua lingua alla loro anche contro voglia ma solo per essere rispettoso nei loro confronti e nei confronti di ciò che ti hanno scritto, e loro s'impermalosiscono pure, dandoti per tutta la passeggiata seguente le spalle, con questo maligne perché è come se stessero dicendo: "inculami", però poi siamo in strada pubblica e, in ogni caso, hanno i jeans.
Io, dico io per dare corpo alle mie testimonianze di verità, questo l'ho sempre sperimentato, fin dalla prima volta, occorsa nel lontano marzo 1992, tempo uggioso di scoperte da scuola media. Avevamo tutti, al tempo dell'inchiostro nero su bianca carta (notate il chiasmo non da poco), il pen-friend, l'amico di penna, maschio per i maschi e femmina per le femmine, che ancora, al tempo, certi tabù poi obsoleti non erano decaduti. Io, primus inter pares da sempre, ebbi una femminuccia, tale Jessica Intruglia, da un paesino australiano vicino Canberra (o era Brisbane?): i maschi con la lettera che introduceva anche il mio cognome, questa era la prassi, in Australia erano finiti e io scelsi oculatamente l'Australia perché all'epoca avevo il pallino dei canguri e degli squali e là, da che mondo e mondo, c'è la più alta concentrazione di Ayers Rock sul globo, con mia somma soddisfazione. Solo femmine, che onta!, o la solitudine dannata per l'eternità. Tanto per non sentirmi dispari rispetto agli altri, mi tagliai il dito mignolo come i samurai che devono redimersi e scelsi la prima opzione. Insomma, com'è come non è, comincio io e lei risponde subito. "A huge kiss", finisce il suo periodare incomprensibile, prima della firma con scrittura appena post-Metodo Doman. Fatto sta che la corrispondenza, a stretto giro di posta, si fa prima posta del cuore, poi sollazzo infantile, infine tresca di anime scandalose alla ricerca della tentazione della mela caduta dall'Eden già perduto. Sicché, sempre nel giro di poco, l'aborigena viene pure a trovarmi, in Italia, ma io son già tornato signorino innocente e appena cresimato. All'aeroporto, l'aspetto alla sezione bagagli non reclamati e lei appare puntuale, fatata come le bimbe nella luce squagliata delle fotografie di Hamilton. E' lì che, in ossequio alle sue tradizioni locali, esigo il bacio scritto e le caccio un poderoso incunabolo di carne nella sua dentatura piena di ferretti ortodontici e nella sua gola ancora saporosa di placenta: sono così gentile e rispettoso che le faccio, gratis, l'esame dello stato di salute del suo orgasmo clitorideo, che va bene ma potrebbe andare meglio. Al che, immediatamente, il tutto dopo una decina di minuti buoni, segno che la cosa gli era ma di molto garbata, mi stacca con una violenza primitiva e mi guarda con atavico odio intercontinentale. Il risultato è che la lingua si ammoscia e di presso il mio liquidator già carico. Cerco la dialettica sullo scontro dei popoli e sulle barriere linguistiche, ma non la capisce: capisco io, allora, che è l'ora di attuare le misure d'emergenza previste dal Mahatma Ghandi, che stimo tanto, e le mollo un manrovescio alla Gino Bartali, seccandola sul colpo. Orbata di tanto spiro come l'elmo di Scipio, per la precisione.

A quel punto ho facile gioco, nel perseguire lo scopo di tolleranza e didassi fra culture lontane, nel perlustrare il suo entroterra vaginale, ma mi sa che il Deserto del Gobi sarebbe stata materia più elastica e accogliente di quel suo schifo di fiore di carne. Aggiungi delusione alle delusioni, e la goccia trabocca dal vaso: la strappai a pezzi, come un album delle figurine, e per paura che non fosse biodegradabile la mangiai con le bustine della maionese avanzate nella tasca laterale.

domenica 23 settembre 2007

Fontina Boy fa sul serio.











Se si potessero spiegare tutti i misteri di un numero come 51.201

Drappeggiata di un velluto blu
o di un profondo rosso,
l’arancia meccanica nella tua mano quasi
si inchinava mentre mi facevi giù la testa
e fissavi, colpevole d’innocenza,
un paio di istantanee a tizi cogli
occhi spalancati chiusi.

Non mi basta più nemmeno il cinema, e
i sogni dei sogni non riesco a farli.

venerdì 3 agosto 2007

Ditale.

Nel 1991, e non è passato nemmeno tutto questo tempo, ragazzi e ragazze, in fatto di sesso, erano molto meno smaliziati. Oggi no, è tutto un dare di qua e di là; una volta, e neanche così in là con gli anni, sarà stata la Perestroijka o il KGB non so, s'era più calmi, quasi morigerati. C'erano cose da maggiorenni, non necessariamente cosacce, tipo andare all'università, e c'erano cose per ragazzetti come noi, noi nel 1991, ragazzi delle medie. Ragazzi e non più bambini, come i maestri magicamente diventati, non senza difficoltà, professori. Prodromi della perdita dell'innocenza, e della felicità - per sempre. Le cose in voga erano tante, pigliare in giro il compagno che puzzava, parlare senza sapere cosa fossero di mestruazioni, scambiarci i giochini del Sega più degli altri concorrenti, divorare horror in barba ai genitori al lavoro, cose tutte innocue, che oggi pare un'eternità, e non è invece il dopoguerra, ma fra tutte ce n'era una che era più in voga di tutte. Senza che sia mai stata teorizzata in arte, la pratica del ditalino correva di moda, nel 1991, anno delle medie, ingresso nell'età adulta, addio giostre per bambini, Topolino pussa via, che barba Jack London, Richard Scarry un coglione, il peggior periodo della vita che possa capitare, ma si capisce solo dopo, forse alcuni mai. Peggiore non significa che non fosse anche il migliore, beninteso. Il ditalino, questo dinosauro. Le dita, oggi, abituate alle comodità tattili della tastiera, non use alle asperità della penna sul foglio bianco sul banco scabro, sono deboli e non ce la farebbero, loro, le dita, a sostenere l'emulazione virile di un pistola laggiù, che oggi, precoci in tutto, società accelerata, gli si preferisce, alle dita, una volta sempre più belle e duttili inoltre. Vuoi anche, chissà, per quei ditalini fatti o, lo so che non torna, per quelli ricevuti, che qui sconti e differenze non se ne fanno.
Io, 1991, sempre allora, ebbi la fortuna di assistere a un'epifania ditalinica. Una gita di un giorno, da qualche parte in Toscana, o era altrove?, due, forse tre, magari quattro classi, un unico pullman. Corpi pigiati, umori téte-à-téte, odori come compagni di banco, indivisibili, gelosi: e là, in mezzo al pullman, ben nascosta, ma in realtà eretta come una statua di Figia, la Severi, con quella faccia suina, ripetente da lustri, più grande di tutti noi, libidinosa come poche, ché lei, più grande, la fa vedere e, alla bisogna, la dà anche. Pare a tutti, anche se io potrei smentire; alle dita di sicuro, e forse anche a qualcosa di più che lei, più grande, enorme, mitica, congelata per sempre alle medie, può. Là, in mezzo a quel pullman, magari una tendina a occultare il misfatto, sono sopra di lei, uno, due, tre, tanti, troppi, anche dita insospettabili, di miei migliori amici, gente tutta morta oggi, che non potrei guardare più con lo stesso occhio vitreo, loro dei adesso, carne contro carne, il nero, il folto là sotto, dabbasso. Un ditalino e ti pareva, nel 1991, anno in cui esplose, di aver avuto a che fare con Claudia Schiffer.

Io, di quella giornata, ricordo un vento tremendo, mi sa un maestrale, e un panino di pane al prosciutto cotto, il solito. Poco più, se non - ora che ci penso - un afrore primitivo, un umidiccio sepolcrale che, allora, come ora, non conoscevo. La generazione di oggi che racconterà?

venerdì 13 luglio 2007

L'ora degli esami.

Giugno 1994. Fra qualche giorno ho gli esami di terza media ma, come sempre, non ho paura. So tutto e di più. Un ottimo annunciato e via con le superiori, in questa trafila di esperienze che chissà che le fanno a fare, mi potrebbero dare il diploma già subito e una scocciatura per loro in meno. Che in cinque anni con me, ecco, non gli farà certo freddo. Tanto, arrivati al dunque, passo e anche parecchio bene. Gli altri ripassano a tutto spiano, c'è chi - spastico - non arriva alla "C", chi mira - invano - alla "D" di distinto, chi si accontenta - ma non gode - di quella terra di nessuna di "B"; io porto un percorso interdisciplinare che dalla geografia del Biafra circolarizza all'ottimizzazione calorica di un regime alimentare a base di Kinder Pinguì, chiosando nei dipressi di metà interrogazione sulle ambiguità gnoseologiche della politica imperialista di Otto Von Bismarck, e me la godo. L'estate dei grandi progetti si avvicina, e io la anticipo: hula-hoop e casine sugli alberi, hula-hoop e casine sugli alberi; a parte qualche perdonabilissimo gavettone alle vecchine di passaggio, di tanto in tanto, se mi vedesse Frank Gehry sarei dei suoi ora. Verso la fine di agosto è già stata pianificata la costruzione della nostra piscina, quella di Via Romagna. Con un vialetto a precederla, e avendo più grazia che cura, ci si farà pure dei soldini niente male. Ingresso e ghiaccioli tutt'uno, vi venisse un colpo quando siete in acqua!
A inizio seconda media, ho risposto a tutte le domande del ragazzo bocciato che, a turno, ci vessa ripetutamente, totalizzando uno score parecchio altino: cosa sono le mestruazioni?, chi colpiscono per lo più?, pigliano se hai già avuto la varicella?, Moana ce l'ha sfondata?, e se ti pigliano gli orecchioni mentre ce l'hai duro?, i ditalini si fanno con l'indice o con il medio?, sotto la minigonna Lisa le porterà le mutande?, hai mai buttato una penna in terra per cercare di vedere la cicala della Luzzi-madonna-la-Luzzi? Così, passato quasi un anno, mi reputo abile al grande passo e, tre giorni prima degli esami, gli orali, appena dopo qualche giorno dagli scritti, vado al sodo, incontro al massimo pericolo, con coraggio. Faccia bassa, passettini nervosi, voce innaturalmente roca, cappello, occhiali da sole, amico con la barba di supporto, affronto l'edicolante sotto casa, quello matto venuto da lontano, quello che fino all'altro ieri era un mito per avermi trovato come arretrato il Topolino 1756 che credevo esaurito e che ora appare come Minosse, feroce giudicatore di anime ancora pie e innocenti ancorché piene di ormoni e titillanti. Prendo i Grandi Classici Disney numero 50, quello con "Paperino e l'eredità di Babe", che grande storia, un Massimo De Vita da memoriale, e un numero a caso de "Le ore", fra una caterva di pagine patinate ostentanti il bengodi. Non c'è tempo per la scelta, il primo che viene deve andare bene; va bene. Pago e via di filata alla ferrovia, in mezzo ai campi, ascensione lunare, corsa agli armamenti, il petrolio della Guerra del Golfo, i gambi dei girasoli a imperlare di sangue le ginocchia implumi. Il mio amico vorrebbe sfogliare lui e allora va messo in riga: due dita a righello in mezzo all'ipofisi, la sua, e il frusc-frusc delle pagine adesso è tutto mio. Spastico! Non c'ho mai visto tanto, ma adesso non ci vedo più: fiche spanate, nere come l'universo, misteriose come l'aldilà o il primadiqua, definite come gli A4 di Educazione Tecnica già riquadrati, rigogliano dinanzi a me, incicciolite da escrescenze di carne che paiono alveoli polmonari, come quelli della scheda di approfondimento 3bis del libro di scienze, paiono rose sbocciate al sole primaverile, pocce incontrovertibili che manco a gonfiare al massimo un Tango vien della roba così, culi a mandolino che Ligeti se li sogna la notte e a noi ci fanno suonare il flauto che io ho le dita brevi e non arrivo a chiudere l'ultimo buco, labbra di velluto e il Tegolino è già ricordo alla pari degli omogeneizzati. Stiamo tre ore lì, sette trenini del Casentino passati fischiando, fa quasi buio, io, onnivoro, leggo anche le didascalie, le note a pié di pagina, tutto incamero, il mio amico mi balzella attorno per cercare di superare l'ostacolo oppostogli dalle mie braccia, ma io mi oppongo risolutamente: la cultura è appannaggio di pochi. Spastico, aggiungo. Poi scaviamo come matti una buca due per due, stavolta collabora anche lui finalmente, tiriamo fuori la scatola da scarpe che ci siamo portati dietro, depositiamo il tesoro, il nostro, domani torno, dopodomani pure, e sotterriamo il tutto. Quanto resisterà, maledetti agenti atmosferici che vi ho studiato ma non siete ancora sotto il mio controllo?

Infine, gli esami: io, brillante, procedo oltre con ottimo, il mio amico da settembre si chiamerà ripetente. Che spastico, non superare questi esamini. La prima sega, quella sera stessa, già rigorosamente in bagno, è stato un distinto ma, a mio avviso, è servita pure lei.

mercoledì 4 luglio 2007

Infortunio.
















Guerriero ferito,
in battaglia caduto,
ma non perito, non finito.
Quando, quando
ritornerai a sparare
spari di pace.

domenica 10 giugno 2007

Postmoderno.




















ho frammentato la prosa
e non gli ho trovato un senso
ma va bene così!?mi ha detto un critico
si arriverà a un poeta che si spiega
in postmoderno Donati analizza tautologie
a un robot che dia dignità a onde bip e a radiazioni crzz
i cortocircuiti si chiameranno poesie

domenica 13 maggio 2007

Una terribile malattia infettiva.

Milano, ferragosto del 1827. Il sole picchia dalle prime ore del giorno, la canicola non risparmia nemmeno i gatti. Alessandro Manzoni, tuttologo di professione (scrive poesie, è bonapartista, si risciacqua i panni da solo, presenzia da Funari), adesso, alle quattro spaccate e due minuti, è in piena crisi. Quella mattina stessa, sul far dell’una, ha cominciato un nuovo romanzo e, dopo 435 pagine scritte dell’Edizione Arnoldo Mondadori Scuola, non sa più andare avanti. Un blocco creativo pari a quello intestinale di due anni fa, che lo costrinse alla conversione per andare finalmente di corpo. Incontentabile, non poteva stare senza anche perché, fra un 'plop' e l’altro, lui si diverte a contrarre e dilatare stomaco e sfintere quanto basta per creare le formine e rendere artistica anche la pupù: cubettini, cerchi, integrali… Se esce il triangolo equilatero, lui è contentissimo e salva l’evento in pdf. Bastava una quintalata di prugne senza nocciolo, ma il conto aperto con il suo fruttivendolo, che il collega Marinetti avrebbe poi combinato col conto del suo gommaio sfornando in velocità il Manifesto Futurista, era già parecchio lungo; quindi via di grazia divina che quella è come le ciliegie: ne puoi chiedere finché non ti fa tappo.
Arrivato alla fase dell’epopea bauscia, Ale non sa proprio più che inventare per mettere nelle peste il suo protagonista Renzo, uno che fermo non ci sta mai: ha pensato di farlo finire nelle grinfie di un conte-vampiro della Transilvania, tanto cattivo da essere innominato, ma poi gli è sembrato di non essere sufficientemente originale. Il brogliaccio bianco che gli si para davanti lo affligge e il cattivo umore lo deprime a tal punto da dover ricorrere al suo risolviproblemi preferito. Poveretto, a che punto è arrivato. Uno straccio d’uomo. Per rincuorarsi, ogni giorno Ale è solito chiamare la diletta consorte, dallo spregevole passato protestante, per punirla retroattivamente infilando il suo pendaglio da forca – un discreto 24 cm per 9 di diametro – fra le di lei colline pettorali, proprio giù in fondo al vallone dove il versante solatìo ha la peggio su quello bacìo. Vedendolo sparire di là da quelle, Ale immagina istintivamente l’infinito e, roso dall’invidia, spinge su e giù su e giù con sempre minor moderazione. Cercando la pace che la camomilla gli nega, ecco che Ale trova quel pomeriggio l’ispirazione e, nell’orgasmo dell’idea appena formatasi in mente, prorompe euforico: “la spagnola!, la spagnola!”, intendendo la novella peripezia in cui avrebbe presto capitombolato il suo Renzo, ovvero la temibile peste bubbonica del XVII secolo appunto conosciuta come spagnola. Enrichetta Blondel, moglie stupida e protestante, fraintende tutto e crede che il suo Ale abbia invece finalmente coniato un nome al giornaliero gesto analgesico e, leccandosi le labbra inondate dal risultato del suo trasporto creativo, replica con rara cretineria: “e allora questa si chiamerà crema catalana!”.

Al che, visto che il qui pro quo governa ancora sovrano, il Manzoni la piglia a ceffoni e fa anche bene.

martedì 1 maggio 2007

Tris di primi.
















Io, incapace di sognare,
l’oblio della mente,
il Nulla.
Mi fingo in poesie.


Poesie, e poi più:
monologhi di morti.


Poeta è chi sente
poesie dentro chi non l’ha scritte.

martedì 24 aprile 2007

American Gnicche #3.
















La cosa toga de gira’lmondo è che ala fine t’acorgi che nsemo altro che un unico, grande paese. Voglio dì proprio quello: che Lusengeles se pol paragonare al Puggiulino, preciso, paro paro. Tranquillo, aposto toh! La luce elettrica c’ariva, le strade sono asfalte, lo smogghe t’ariva al naso prima de le curegge, i rabuschi son tutt’uno lì a fa’nna ghenga e rapina’lle vecchine. Ensomma, un cambia mica de molto. Che ta’ dì, un ce sarà la sagra del maccheron cu locio, ma pu semo lì eh, mica beghe. En pratica, a stacce a lungo, t’acorgi che pure la lingua segue gli stessi schemi, le stesse regole che paddave’ a che afa’ con quelli de Rezzo iobonino. La lingua, quella cosa viva e vegeta che muta, se trasforma in quello e cotesto, che s’arvolta a seconda de come uno la usa o ulla usa; quella cosa che te dà l’idintità e te fa sembra’ piu vivo, specie quando acatti na cicala e quella ulla finisce de smucinatte el palato col su turciglion de ciccia madonnabona. La lingua è proprio cotesta cosa lì, bravi!
Ensomma, girellando e argirellando, salten fora anche i loghi comuni, le frasi fatte, gli steroidi, l’intercalari, i modi de dire… Tutt’un casin de roba che te fa sentire a casina ogni volta de più. Anche perché scopri, lì più che mai, che tuttel mondo èn paese. Npaesone se vulite, ma sempre den paese se quistiona. Oggi, peffalla breve, ho scoperto che il nostrale “tocca ferro” se dice, daste parti, “noccunvud”. Ah, nfate i bischeri e atenzione eh, che questa è come se pronuncia la frase, che pare de sentì nceco del Chiaveretto dicchencvede. Ma tanto lo saprete già, in inglese la pronuncia dela frase è spesso anzicheno molto diversa da come la medesima se scrive. Nel fattispecio, la frase in quistione se scriverebbe cusì: “nocc un vud”, con la doppia spaziatura a dappiù enfasi ale tre singole parole, a fassì che uno che la scriva o che la legga ci pensi su almeno du volte dopogni singola parola, a fassì, ala fin del salmo, chel brodo salunghi npochino, che sinnò ale millottocento battute d’ordinanza col cacchio che c’arivi ogni volta.
En pratica, il nostro tocca ferro doventa un bussalegno, a tradurre letterale. Ma, come mensegnava el mi maestro poraccio ch’è morto dun malaccio l’altro par de sere fa, tradurre letterale è sempre nmale e, ala fin del salmo, parafrasando, el significato dela frase doventa: “scopa Pinocchio”. Paraccio el mitico Pino, l’americani ce lanno contro de lui perché ncittino cusì togo ullanno maavuto, come m’ha ditto na vicchina che stava schiantando a brutto muso sul’asfalto cocente che qua’l solarino picchia come ncoso. Io ho appreso la lezione e, gratole, me ne sono pu ito via al’ipercoppe locale qua, che c’avevo napuntamentino con du offertine trepeddue da sognalle la notte. Ah e se’, le pedinavo da npo evvia, ma ala fine ce l’ho fatta a famme na spanciata de quelle da raccontalle. Oh-oh bonini custì, magari la prossima mesata eh!

sabato 7 aprile 2007

Savoir-faire.

L'annusamento della fica, orifizio femminile noto a tutti per rilasciare quegli umori dell'acqua d'uopo a chi segue una diuresi contro i calculini o a chi soffre di varicoceli notturni, è una pratica tanto antica quanto bensana. La praticavano, da che risulta dai tomi della Storia, finanche i babilo-assironesi per mondare le cavità nasali dagli odoracci della guerra e, anche, dalla sinusite con sangue colante dovuta al freddo marzolino. Che là da loro lo scirocco tirava parecchio. Convinto sostenitore della teoria dei corsi e dei ricorsi storici poc'anzi fa accennata dal Vico, non vedo perchè mi dovrei abbassare al non usare tale odorosa pratica. Questo per dire che, di fatto, come ne ho avuto l'occasione, ho dato di quelle sniffate da far tutt'uno col vecchio amico lo sfregiato. E, beninteso, ne ho tratto gran giovamento. Sì, perchè la fica, se capace di impregnare debitamente ciò che pudicamente la ricopre a favore del decoro del demanio pubblico, ha due miracolose proprietà. L'una, appartenente alla tipologia di fica agra, è di rilasciare nel cosmo attorno a sè le sostanze necessarie alla fotosintesi delle piante, dunque a favorire la vita. Olfattando ben bene la guepiere che ha tornito appropriatamente una fica agra se ne trae immediato sollievo, attestabile secondo una formula che gli scienziati del mondo hanno ricondotto ad alcuni numeri e cifre, ovvero E=mc2. L'altra qualità, riconducidibile alla seconda tipologia di fica, la fica asperrima con retrogusto dolciFICAnte, è quella di rilasciare fosforo e, allo stesso tempo, di agevolare la crescita degli spinaci. Pensate un po' il miracolo di natura: il fosforo per la memoria, ovvero l'embrione della cultura, gli spinaci come coattivante di ferro, dunque di forza, saldezza, potenza. Braccio e mente, solidità e intelligenza, tutto questo grazie a un bocciolino di carne che, tanto prezioso com'è, madre natura ha pensato bene di nascondere dietro un triangolino di foresta pluviale estrapolato da quella egoista dell'Amazzonia che ne voleva troppa per sè di boscaglia e dietro il fiume Venere con foce a delta.
L'altro grave problema che affligge l'umanità, e per questo ci son tutte le guerracce che ci sono, è che, fra i pochi che ormai annusano giornalmente fica, non tutti sanno come annusarla appropriatamente per beneficiarne a puntino, e di conseguenza farne beneficiare tutto il genere umano. Bisogna saperci fare, ecco. La mia plurima esperienza ha fornito le basi per permettermi di parlarne. Innanzitutto, l'indumento pulsante fica deve essere odoroso soltanto di quel fragrante aroma e non altro. Non si devono cercare indumenti che odorino anche di cureggine, per farla breve. L'autenticità dell'afrore è il primo passo per il secondo Big Bang della Storia. La seconda e ultima regola fondamentale è che, nel mentre si annusa, si può liberamente prendere la propria ciste di carne in mezzo alla gambe, farla stagionare come col pecorino e continuare a massaggiarla con la mano in su e in giù, proprio come se si stesse adoperando una sega a vapore da falegname. Ma, attenzione, mano destra se la fica è agra, mano sinistra se la fica è nell'altro verso.

In ultimo, il segreto da tramandare a memoria: fica non è l'anagramma di pupù. Peccato, ma va sempre tenuto in considerazione quando si annusa.

venerdì 23 marzo 2007

Porto d'approdo.











In tanto nitore di questa videociviltà
mi ritrovo a cercare
un punto di tenebra

sia pure un buco di spaziale nero
sia pure una rorida fica

venerdì 2 marzo 2007

American Gnicche s'arfa vivo.

Lusengeles valla pena de visitalla un fussaltro pe’i cuccomeri. Già, i cuccomeri. Visti da fora son d’un grosso, visti da dentro son d’un rosso: paion le palle d’un ciclope, iio de quel dio. Ennè mica finita qui: qua, pel’americani ah ma comodini che son questi, i cuccomeri non c’hanno i semi. O questa quando l’avrannonventa? Dapprincipio, spraaa, te sbrago un cuccomero come fussencòso, e to, un c’artrovo i semi per davero. Diodequeldio, mando l’han missi me so penso, o ancora ho penso subbeto: unnavrò mica preso un puppone? Enoeh, che i pupponi a me mica me garbeno de molto. Però el colore unningannava mica: rosso comel dentro de quel ben de dio che c’han le citte costaggiù, rosso diocristo che manco el diavelo ha ma’visto un rosso cusì.
O sentiamolo alora, me dico. Maremma, proprio un cuccomero, e de che tinta! Rossantanto! Pu, dolce che speri solo d’avello corpo pe na mesata de fila, succoso come pòchi, de punto nbianco me pariva desse arivo nel Bengodi. Se stava da papi con quel cuccomero sula trippa. Ondo li faran crescere, ho iniziato a quistionare fra me e me, ala Nasa iobonino?!
Ensomma, tralle e baralle, potete pensare quel che ve pare ma sti americani son sempre no zinzinino più avanti de noaltri pora gente. Anche sui cuccomeri ce danno i punti e alora pu non c’è trippa peggatti proprio.
Ah, e un v’ho ditto la cosa più toga: al’ipermercato, qua, i cuccomeri o comunque la frutta e la verdura in genere mica è come da noaltri che va pesata soppesata ripesata prezzata arinsoprellata. Dupalle che non se finisce più. Qua la pigli cusì com’è e tranquillo la porti, a mano col carello come te pare, ala cassa. Aposto così. Lì loro lo san già qual èl prezzo, un fan tante storie tante beghe come qui da noaltri, lo paghi tranquillo e chi sè visto sè visto. Al’ipercoop, tanto per diddu bischerate fra nualtri, chissà quante volte mè tocco artonnare dal verdurame perché mero scordo de prezzal cuccomero. Cola fila, entanto, che me passava avanti, faceva casino, pareva el finimondo madonnabona. E qui no, o comenn’arsarà qui in America? Toga è, ma de molto anche.

Sennestessi a Rezzo guasi guasi me ce trasferisco.

giovedì 22 febbraio 2007

La nostalgia.

La nostalgia è uno stato d’animo ma si fa sentire, e quanto. Ti prende e, in apparenza, ti lascia; invece, brace che cova, dracula in attesa del buio, è là che vigila. Come un invitato che alla festa preferisce il canto in disparte, la sua presenza ti è nota e, solo un tempo inquietante, ti è adesso familiare. Più cerchi di ignorarla e più le posi gli occhi addosso, ricevendo sempre il suo sguardo. Non sai dire se ti sorride o se sta facendo strani pensieri su di te, ma intanto la cerchi e vuoi esserne cercato.
La linea d’intesa è tracciata, invisibile come un parallelo, indelebile come argento di lumaca, e ti trovi a scoppiare a piangere. I passanti possono dimostrarsi gentili, interessandosi a te, ma non possono aiutarti: né di sollievo né di dolore, il sordo brontolio, come un rutto d’intestino, si è già incamminato, il rametto col sacco appeso sulle spalle, e tu non sei più capace di afferrare il presente attorno a te. Vorresti anche, ma non ce la fai. Hai un ologramma davanti: vivido, tangibile, non riconducibile a chi sei ora e a dove sei. Cos’è quel buco, là, sulla strada dieci metri più avanti da te, se non la trincea che, qualche anno fa, usava ripararti dall’attacco dei disgraziati bioastromostri verdi da Plutone? Come profuma di 1985, quel marzo spolverato di farina e le scuole chiuse, l’aria? Come splende, di luce di polvere, la pieve? Cos’ho lasciato, un amore, un souvenir, l’innocenza?
Non hai bisogno di trovarti altrove, o in una strada polverosa del Texas; magari aiuterebbe, ma potresti essere a casa tua, comodo sul divano, chissà se assorto. Arezzo fuori dalle finestre. Potresti leggere, stirare, fare i compiti. Scrivere. Sei tu, ora, luogo; tempo. Significante, significato. Il serbatoio della memoria, svasato, è ora un drive-in che proietta il mondo. I riflessi, visto l’elevato tasso di lamiere, si sprecano. Il sacco lacrimale, il tuo, è l’oceano.

Sì, maestra: così, in sintesi, descrivo il capocollo.

giovedì 15 febbraio 2007

Supereroi.

Ogni città vorrebbe avere il suo supereroe. La nostra, una città senza nome, ce l'ha ma forse non lo sa ancora. Il suo supereroe, infatti, si è talmente abituato alla noiosa quotidianità da essersi camuffato nelle sue pieghe. Come un camaleonte, però, avverte quando è l'ora di agire ed è sempre pronto a mutare pelle, fisionomia, improntitudine. La città senza nome non sa neanche che questa, forse, è la sua ultima missione qui.

Lui merita altrove.

sabato 3 febbraio 2007

American Gnicche.

El tutto cumincia un par de mesate fa: onnero a casina mia, senza sapecche fare e un dico mica il vuleffare da grandi, eh!, chello sa nissuno quello, quando mariva na mail che me dice se vulivo vire a fare il prodascion assistent in America, che manco sapevo che vuliva dire. E tutto perché, tralle e baralle, un qualcosina so riuscito a fallo pur'io: ho preso sta laurea nel cinematografo, chennè chen pezzo de carta de quel postaccio del Pionta.
Ensomma… l’America ragazzi!, mica chiuschino. Quelli che me dà el mi babbo dan par danni, cioè da quando me so laureato apunto, se chiameno nvece gnucchini, lu dice chen faccio nasega dala mattina ala sera: “O prova a entrare a lipercoppe!", me fa tanto che franpo' divento citrullo. O se a me me piace l’Esselunga?
Sicché, pensa e arpensa, me dico: massì toh!, oh andiamo da st’America. Finora l’ho vista in un par de filmi, Isi Raider, Forest Gamp e tituli cusì, e ora che c’ho il benservito, un ce dovrei vire? Envece ce vado ma anche de molto ala svelta!
Citti, alla fine ce so sbarco a Ollivud, nel mizzo de Lusengeles. Che ditto così, longo longo com’è stu nome, me par desse a Ciciliano, ma robbadamatti. Io pensavo proprio de costruilla, edificalla na sala col pruiettore e nvece la prima cosa che lamericani me dicono è: “Iar sinema is samfing artistic”. O che vogliono sti bruti che manco sanno di'ddu frasincroce? Mica c’arpensavo che noaltri italiani se parla i meglio del mondo!
Poi ce sono npar de cose che me sconvolge: ma ndo so arivo? Me sembra de stappela Casentinese, è tutt’un incrocio, un simafero, nviavai de casino, un diocristo chence se capisce niente.
Sicché anche qui m’artròvo a ire de qua e de là come ncòso, e ala fine me mitto ncerca del solarino che qua picchia dun togo e fa crescere du prugne che te le raccomando. Diobonino, è tutto el doppio, so già divento più alto e più largo nel giro de treggiorni. Anoeh! Come quando da picini te porteno dal Bubini ente c'artrovi fra tutti chi giochi, omadunnina.
Aete capito citti che l’America è ganza? Alò, che fate ancora costà? Poi, madunnina, un v’ho mica ditto la cosa più toga: qua le citte son disinvolte, c’han certe curve adosso che manco pella Libbia… e le mostreno anche sennè più stagione de primizie e uno, per raccontarla, manco se sconvolge più de tanto.


Quelle scacie, toh, a falla pari, c’avran delle nettarine che manco dal pòro schifo ormai se troveno. O alora chissà che pulezzine c'avran giù de sotto...

domenica 21 gennaio 2007

Là, proprio l.a.

Oggi è domenica e sono un po' emozionato, il Signorino risorge ad abundantiam, il passo della vita rallenta, i fiori se ne infischiano di non dover lavorare e sbocciano, il panta rei scorre fino ad arrivare al suo culmine: il puntatone maxi di Hot Pants, che stasera bel bello mi guardo e registro. Lo attendo così tanto che non vedo mica l'ora. Sono le 16,21 intanto, ma solo per questo minuto. Ohi vita grama! L'emozione dell'oggi deriva anche dal fatto che domani devo fare una gita fuori porta per una commissione legata al contrabbando dei culatelli d'asino, e mi devo recare qui: Ciudad de la Iglesia de Nuestra Señora de Los Angeles sobra la Porziuncola de Asìs. Là i culatelli non li hanno e li importano storicamente da me; tuttavia, la cosa curiosa è che la meta potrebbe apparire lontana e invece, stando al fenomenale detto secondo cui tutto il mondo è paese, alla fine è come dire che Ciudad de la Iglesia de Nuestra Señora de Los Angeles sobra la Porziuncola de Asìs siamo noi, siamo noi. L'emozione è talmente forte che le parole, per una volta, si bloccano, acciocché vi debbo lasciare con l'unico inconveniente che potrebbe far saltare il tutto, spedizioni incluse. Sono mesi che mi preparo e stasera mi toccherà mangiare ancora: un attimo di distrazione e zac, la malora di Fenoglio riapparirà alle mie spalle e mi farà chop-chop. E' questione di secondi e di spasimi: in pratica, secondo i sempiterni trattati del Marsillac, basta una sbrodolatura ed è kaput. Resterebbe allora un'unica soluzione, gridare ad alta voce per trecentosettantaquattro volte consecutive, nell'arco di 0,87 secondi, la fatidica emissione: "mi sono sbrodolato, mi sono sbrodolato [cont.]".

Finora ce l'ha fatta solo il mio ex collega di origini furlane Formag Gino; ma lui, furbino, si allenava anche di notte, e la cosa - legalmente - non vale.

mercoledì 17 gennaio 2007

V per vegetariano.

La mia prima ragazza si chiamava Carmela Matrioska ed era, al di là di ogni credo e di ogni razza, tipicamente abissina. Era fatta in maniera particolare: per farvi capire, mi tocca ricorrere allo stratagemma del cuoco. Lo stratagemma del cuoco lo ha inventato il famoso gourmet Accen Dino, bravissimo nel dosaggio della fiamma dei fornelli, particolarità per cui, a seguire, venivano dei piattini che ve li raccomando. Il suo segreto è svelato, oggi che la mania di svelare tutto ha contagiato il cosiddetto mondo civilizzato, come postfazione di una raccolta di saggi dedicata alla manutenzione ottimale, in assenza di sale e spezie, dei cadaverini del Burundi. Lo stratagemma del cuoco è quella particolarità secondo cui ogni evento fenomenico della realtà viene ricondotto alla realtà specifica del cuoco, alla sua piccola e tenera epitome: la cucina. Per farvi capire meglio, lo adotto anche io: Carmela Matrioska, fatta in maniera particolare, era come una cipolla. Più strati levavi, e più veniva il bòno: quello che gli americani, tecnicamente, chiamano "hardcore" - "analcore" se l'oggetto di indagine è visto da dietro ovviamente. La cosa buffa è che lei, filantropa di natura, ci teneva a farsi vedere nelle condizioni migliori: quindi, dopo la prima limonata Guizza e il primo boing-boing alle sue melette là dabbasso, eravamo soliti ad andare in camera sua e io ero costretto a vedere il suo bonanimo. Il primo strato, notoriamente, era un kayak appiccicato a lei, da cui, con una tenerezza infinita, non si voleva separare mai. Le ricordava, simbolicamente, il padre, un vero uomo, morto nelle rapide del Gange di mattina presto. Per questo, e per sentirselo ancora più vicino, di tanto in tanto dava una leccatina al sangue raffermo sulla prua e poi, come un cagnetto affettuoso, ti leccata a sua volta. Voleva dividere ogni cosa lei, anche le sue toccanti memoires. Levarle il kayak di dosso, solitamente comportava la chiamata internazionale di Calzaturifico Coi Baiocchi, noto fabbro isolano. Lui veniva e, con la fiamma ossidrica, le levava il kayak di dosso. Tre volte su tre c'era il rischio che le ustionasse la faccia, al che - se succedeva - io le sputavo igienicamente sulla gota sinistra e le irroravo di bava il muso, rinfrescandola come Dio comanda. Il secondo strato era l'America: non la nazione in sé, figurarsi, bensì la proiezione cartografica di Gauss da cui, amante del globo, se ne separava malvolentieri. Tra il dire e il fare, insomma, si facevano spesso le otto e, siccome la mostra del suo bonanimo avveniva anche nei giorni lavorativi, a quel punto iniziava Arnold e io la piantavo lì in asso, magari turandole la bocca con della cenere di sigaretta avanzata perché avesse qualcosa da fare. Se invece era il weekend, tutto filava liscio fino al suo nocciolo duro: il cosiddetto bandolo della matassa. E, fra ampie vallate, collinette simil-senesi, tornanti da averci la nausea se non si guarda fissamente la linea della strada davanti a sé, una matassina di pelo nero in effetti c'era. Un triangolino che non era equilatero né isoscele, dei peggiori insomma. A me pareva di feltro e già mi beavo all'idea del rumorino dello strappo, ma mi sbagliavo: era puro velcro, non ancora infeltrito dai ripetuti lavaggi a 60°. Una delusione da non dirsi, in ogni caso. Fino a lì insomma, era come il Paradiso Caduto di Milton: lungo, noioso ma, diobono, alla fine t'aveva cambiato la vita. Da lì in poi, invece, ogni santa volta, il patatrac. Per carità, io potevo anche rimanere soddisfatto delle posizioni da lei preferite, che invariabilmente mi propinava come fosse semolino al febbricitante: il Missionario di Rivafratta, lo Smorzacandela nell'epoca della corrente elettrica, il 69 virgola sessantanove nove periodico, il Tegucigalpa, il Saluto al sole, l'Are Krishna e infine il suo cavallo di battaglia, da lei stesso inventato per di più: l'Aiotto-Aiotto-Crack. Poi, però, una questione morale, inesorabile, sopravanzava tutto e tutti: lei era vegetariana fitta e, come tale, rifiutava sistematicamente, irrispettosa dopo tutto quel che io avevo fatto per lei, il mio pensierino tenero e pensato proprio ad hoc nei suoi confronti: la Grande Farcia alla Crema Che Bontà. Niente, il fatto di essere vegeteriana giustificava, ai suoi occhi, il perentorio rifiuto nei confronti del mio siringotto da provette farciture, e io le dovevo anche dare retta secondo lei. Le ho provato a spiegare, ovviamente, che di plastica proprio non lo potevo trovare, il siringotto, e che se però lei pensava alla carne come fosse plastica, tutto sarebbe stato risolto, e io avrei avuto il mio tanto sospirato bombolottino alla crema chantilly, da buon esegeta quale sono.

Insomma, una volta passi pure questa miseria, ma poi basta, anche perchè la sua irragionevole compulsione vegana mi ha causato un forte complesso edipico per cui, adesso, le donne, invece che sedurle, le preferisco a julienne, e la cosa non sta più bene come una volta. Io sarò solo ma il suo destino, a quanto io sappia, è stato giustamente la S.S. 313 che da Follonica porta a Venturina, un bel pezzo di strada statale peraltro, la fortunata. Dovrebbe trovarsi ancora là, ma io non ci vado mica a trovarla: cippirimerlo.

sabato 13 gennaio 2007

Pesi massimi.

1)La realtà non è quella che appare, ma quella che si cela dietro le apparenze.

2)Chi non ha sogni d’onnipotenza: l'importante è realizzarli.
3)E’ facile ammettere i propri pregi, più difficile è ammettere quelli degli altri.
4)E' difficile ammettere i propri difetti, più facile è ammettere quelli degli altri.
5)La morte è una cosa bella, soprattutto se non sopraggiunge mai.
6)Tutti devono morire prima o poi. Meglio poi, che prima.
7)La vita è un film senza lieto fine.
8)La vita è un film senza pubblicità.
9)La vita è un film interrotto a metà.
10)La vita e la morte sono unite da un sottil filo. Se lo spezzo, vivo o muoio?
11)La verità è una bugia vestita di falso.
12)Poeta è chi sente poesie dentro chi non le ha scritte.
13)L’utopia è quella malattia per la quale uno si crede ricco e potente e poi si sveglia nel suo letto con le mani bucate.
14)Senza pretendere niente, non otterrai mai nulla; pretendendo troppo, non otterrai mai nulla uguale perché nessuno ti darà mai niente.
15)Gli uomini sono soltanto scimmie che si credono più evolute di altre.

E un motteggio, addirittura in francese:
- Je ne sais pas quoi faire.
- Mais pourquoi tu ne fais pas le coiffeur?

sabato 6 gennaio 2007

Chiuso per estate.

È il 25 dicembre 2006, vigilia di Santo Stefano, poco prima che ieri l'altro: come ogni anno, i festoni le luminarie le bancarelle la tappezzeria à la Santa Claus. Mutate le mutande: l'Arezzo di sempre, almeno per come la conosco io. Me ne passeggio senza meta, un po’ ritroso a darmi in pasto alla folla natalizia; un freddo ostinato mi fa sbuffare sotto la sciarpa, facendomi appannare gli occhiali. Per questo, forse, credo di avere visto male, magari mi sono creato un miraggio ad personam. Sono in via Niccolò Aretino, il Santa Claus di Ciggiano per inciso, davanti al reminder dei libri usati, dò le spalle alle stazione; e, tra i fumi corporei e il via-vai della gente, intravedo un poster marchiato a lettere rossofuoco, su sfondo bianco. Penso, gongolando non visto da nessuno, alle vecchie locandine dei “film per adulti”, stessi colori tendenti all’invisibilità, all’autocensura discreta, e per un attimo mi viene un pensiero malizioso. Giusto un biccico ma sufficiente per decidere di avvicinarmi, per capire meglio l’eventuale orario, oltre che il titolo: mi ero sbagliato però e, sotto la scritta gargantuesca, mi scappa un sorriso. A seguire, una sonora risata. Di sarcasmo se va bene, temo di disprezzo. La locandina, quella del Teatro Politeama, è inequivocabile a questa distanza. Annuncia stentorea: “Chiusura estiva”, e implicitamente suggerisce una plausibile giustificazione al fatto che da mesi la cultura, lì ma non solo, è rimasta all'età della pietra. Come se non si dovesse invece credere che là, della cultura, non frega niente a nessuno. La loro logica è legalmente esatta, un po’ perfida e balordamente provinciale (in magazzino non c'era un “Chiuso per ferie”?): è estate, il 25 dicembre, e la gente al cinema non ci andrebbe comunque, allora tanto vale chiudere. Azzardo un paragone: un condannato a morte, una volta letta la sentenza, viene fatto sadicamente aspettare e legge sopra la sedia elettrica illuminata: “Blackout”. Subito dopo la risata, mi viene un dubbio e temo di essere vittima di una cospirazione kafkiana, di un complotto polanskiano, di una dimensione parallela lynchiana. Forse, mi dico, penso di essere ad Arezzo e invece mi trovo a Dubai. Ma mi definisco cartesiano, sicché prendo la rincorsa e faccio una volata alla parallela trenta metri più avanti, quella dell’ingresso principale: voglio la prova del nove. Non pensavo di ottenerla così limpida, violenta: ai lati della doppia porta a vetri, campeggiano due vetrine, con doppia chiusura estiva annessa. Procedo ancora la verifica però, tommaseo di estrazione. Butto in un cestino la papalina e i guanti, mi privo del piumino, accorcio i pantaloni ostentando a malincuore il pacco, tiro fuori le espadrillas dal taschino. È allora che arriva la doccia, fredda: il clima non mente, è inverno - pungente, umido, entra dentro le ossa. C’è chi inizia a evitarmi, noto attorno ilarità o sospetto, intravedo una volante che non voglio ripetere: capisco che avevo ragione, mi rivesto; orgoglioso, mi siedo sul mio scranno prét-à-porter.

Sì, Caroselli, le stagioni sembrano esistere ancora, a donarci qualche misera certezza; di contro, la sciatta ignoranza e l’indifferenza nei confronti della sciatta ignoranza sono più vispe che mai.

sabato 30 dicembre 2006

Come evitare la fimosi.

E' il 7 ottobre 1985, non c'ho da ricordarmelo; ho cinque anni e la fimosi, anche a quell'età, fa uno spavento. Qualche anno prima c'era stata la sciagura del Titanic, paracci tutti, ora è il mio turno di soffrire. Ti pareva. Il questionare è semplice: io sono pigro, tetragono agli ammonimenti materni, e uno zinzinino tetraplegico. In pratica, all'atto pratico, dopo aver evacuato il panta rei io non mi lavo e torno al ludo che ho dovuto, a malincuore, interrompere per questi bisogni fisiologici che oh, capitano sempre inopportuni. Uno è lì che zulla e si diverte e tonfa, il pippi ti fa toc-toc laggiù dabbasso; un altro è là che costruisce le Lego e ficca forchette negli occhi del fratello maggiore e aritonfa, stavolta c'è del grosso, il puppu non ne vuol sapere di rimanere rintanato. Niente, manco si stesse giocando a nascondino, quello vòl fare tana a tutti i costi. Diobono! E così, un po' ribelle e un po' citrullo, io agli impedimenti esistenziali gli dò il meno ascolto possibile: finché posso reggo il malcapitato, a costo di diventare rosso-rosso e di sentire i gas e gli sfinteri chiedere pietà insieme all'ernia del discobolo là dinnanzi; poi alla fine, se proprio devo cedere, resto stoico e vado di fretta. Fedele alla regal massima: veni, vidi, vici.
Uno pensa d'essersela svignata e invece c'impara subito che la vita è amara, c'impara: sentendo del male e del tiraggio, chiamo il materno poltergeist e le chiedo che'l succede. La risposta è uno schiocco di lingua, uno schianto d'albero: secco, invita alla riflessione. Ho un'infenzione grillare, la carnulina che finora andava in su e in giù sul cappellino del cimbello laggiù ora è ferma, infissata, una farfalla sullo stecco del collezionista. Giù a provare di tirarla, e giù il patire: alle lacrime si mescola il sangue, in un groviglio di sensazioni che - già lo so - c'hanno il sentore dei cocci aguzzi di bottiglia. E il mammino, in questo caso, si dimostra provetta e amorosa: lo scalzare è penoso, alleviamolo con dell'olio di ricino mi dice, ma non ce l'abbiamo, e allora via di vaselina e di vecchio su e giù, su e giù, arinsoprella su e arinsoprella giù, fino al fatidico: "eppur si muove". Sarà, ma di poco, tanto che ora il lavoro va passato a qualcosa che umidifichi e ammorbidisca il tubero intergambale: eccolo, il linguino sempiterno molliccio del mammino che, come il tartufo del cane in salute, passa al vaglio il dramma e, piano piano, ne risolve i contusi. Anni dopo scoprii che fellone è la parola giusta per descrivere quell'operato materno, ma niente da eccepire in quella circostanza: fece d'un bene. Oddio, a dire il vero, fece anche talmente dolore che svenni ma io non me resi conto. Anni dopo, però, in circostanze tutto sommato simili, venni. Tu pensa se una "s" in più o in meno si può permettere di fare tanta confusione.

Fatto sta che il mi' lillino riprese il suo operato da stantuffo di carne, e io ritardai di ben 5 giorni e mezzo la mia prima ospedalizzazione; la quale sarà argomento di futura indagine.

mercoledì 20 dicembre 2006

L'amore ai tempi del Sahara.

Il Sahara: quella distesa infinita di otto milioni di chilometri quadrati, come a dire settecento volte sette la settima villa di Al Qaeda, di polverina che entra su per il naso, di secchielli e palette lasciati lì, di castelli moreschi manco fossimo a Posillipo. Mancano i bambini, e un po' viene da stupirsi, ma c'è dell'altro in compenso. Vento e rovine di civiltà, scheletri di storia, catastrofi nucleari come miraggio mica oblio, l'umanità ridotta a deficienti ingolfati come berberi, tutto il giorno ad arroventarsi se la loro etimologia è derivato di balbuzie o idiozia, tutti blu a confondersi con le fiat duna fuori serie dal marzo di quell'anno e/o il cielo terso e stellato. Il paradiso per chi non c'è mai stato né mai vorrà andarci, il ghibli che soffia se gli va e sennò c'è la bora di levante, il geco che sta seduto e ce ne dovrebbe anche fregare qualcosa. Animalacci o pelosi o stecchiti, che si divertono a nascondersi fra le pieghe di una carne troppo esposta alla brace, rosolata dall'odio di una natura aspide. Il perdersi fra quelle spirali di sabbia e di tuareg, ecco il Sahara, dall'antico nome del saccarosio pronuncia con gorgia toscana da dove provenne per la prima volta: come se tutto quel popò di spazio fosse zucchero distillato. E invece, zac, come può, dove può, quando può, e spesso può, giù fiele a vagonate, orsù deglutisci ora con la bile di dio. Ed eccolo là, il miraggio di una felicità e di un benessere che non possono esistere, dunque Sahara, ovverossia specchio della nostra società arida di aridità, piena di bon-ton da educande, leziosa. L'apparenza - o che desertino tutto liscio e spolverato o come fa a non intenerirti?, sono arrivato a sentire -, e gli avvoltoi adunchi di là da quella. E uno, capita l'antifona, finisce per non sperare manco più. Un medioevo geografico.

Poi, di brutto come solo il settimo cavalleggeri sapeva diolabbiaingloria fare con quei taccagni di pellirossa, arrivo io. Un lampo e, se ci si vede ancora, luce fu. In caso contrario, la fede: anche il nero assoluto può essere luminoso. Io sono amore. Porto il calore e la speranza in questi tempi miserevoli, ho il cosiddetto "la" - sempre piaciuti gli articoli determinativi. Aaaah, aspettatemi, ché ora vengo, puntuale anzicheno; o, nel caso, scusate il ritardo.

lunedì 18 dicembre 2006

Nonna!

Ciao nonna,
e così, dopo tante volte che hai fatto finta di cercarmi, al gioco del questurino contro il piccolo ladro, ti sei voluta nascondere tu, e per giunta ti sei nascosta pure bene. Sai che ti dico? Hai fatto la cosa giusta! Tocca un po’ a tutti il divertimento, che posso facilmente scommettere come tu – sorniona e discreta – ti stia già divertendo. Tanto ti troveremo, magari ci vorrà un po’ ma ti troveremo. Stanne certa! E' una certezza più che una minaccia.
Certo è un po’ strano saperti partire proprio quando anche io sono lontano. Poi ci penso un attimo e non posso fare a meno di ringraziarti: sapevi bene che scrivo meglio di come mi presento e sapevi ancora meglio che, fra tutte le cerimonie formali, gli addii sono quelli che meno fanno per me. Non si sa mai quel che dire e allora ci si abbandona alla tristezza e alla compassione, come fossero l’unica realtà possibile.
Eppure, se uno decide di partire, o semplicemente di traslocare, dovrebbe essere per andare verso un meglio. Certo, rimane quella sfuggevole tensione per l’imminente cambiamento, ma poi si comprende che è stata la soluzione migliore e ci si abitua presto. Sia chi compie l’azione sia chi, di riflesso, la subisce.
Io davvero non so se questo meglio esiste, e nel caso se si può chiamare aldisu o aldigiù. So un’altra cosa però: che i tuoi tempi erano naturalmente maturi, come quelli di un frutto che o viene colto sano dall’albero o finisce per imputridire a terra; e sono felice che tu sia stata colta quando ancora potevi dare qualcosa altrove piuttosto che inacidirti qua insieme a noi già così acidi. Sarebbe stato penoso per tutti, quello davvero sì.
Personalmente, mi piacerà ricordarti sulla cyclette manco tu dovessi partecipare al prossimo tour, gli occhiali di una volta buoni per il volto di Golia e non per la tua magrezza, le tue piccole ossessioni che tanto mi hanno dato fastidio. Sai com’è, la memoria addolcisce e ispessisce ogni cosa.
Oh, il tuo treno sta per partire, e ancora ti devi mettere le scarpe giuste, devi spegnere tutte le luci, serrare tutte le finestre… Adesso, forse, la luna che tanto ti piaceva osservare dalla finestra la vedrai più nitida.
Buon viaggio. Non dimenticare la papalina che ci potrebbe essere qualche spiffero balordo.

Infine, per non dimenticare: ti saluto con uno ciao perché la vespa costa troppo.

giovedì 30 novembre 2006

Le scuole medie.

7 marzo 1991. Otto anni dopo, stessa data, stessa ora, il Cinema Stanley Kubrick avrebbe chiuso i battenti, e tutti sarebbero stati un po' più infelici. Otto anni prima, invece, nel marzo 1991 appunto, succedevano già cose turche.
L'infanzia si era già compenetrata con la prima giovinezza: era, insomma, il tempo degli "A Silvia" e delle seghe, rigorosamente Master System II o Mega Drive. Nonché delle tragedie: lo squalo di Piombino, la guerra del Golfo, i golf à la Jackson Pollock della nonna che iniziavano a procurare onte indicibili.
L'adolescenza e gli ormoni punivano, inoltre, noi maschi: privati miseramente del contatto - intimo e primordiale - con quel sangue che da questione privata diventa gossip mondano, non ci restavano che due vie per soddisfare il nostro bisogno di scoperta dell'interiorità. Il sesso e i film dell'orrore (per tacere dei Wilkinson a sconto). Postulato che, per il primo, proprio tutto da solo non potevamo fare, per pigrizia ci dirigevamo verso i secondi. E lì, epifania!, la consapevolezza del nostro scollamento con la realtà, terre di nessuno in nervi e ossa, nè carni nè pesci di umana bohità: la voce rauca pre-Tom Waits e il corpo goffo di Paperoga, la mentalità vorrei-ma-non-posso di un diciottenne immaturo e la fisicità di un cerebroleso mica embrionale, la voglia di fumare e i polmoni che ti dicono "guarda, deficiente, che va inspirata", il cazzo in tiro e il non sapere come nè dove usarlo, il pelame qui e là no, il mestruo degli 'alieni' e il perchè noi non ce lo abbiamo, il "mamma, posso fare tardi sono grande ormai" e il "mamma, ma credi che Babbo Natale me lo porterà Sonic The Hedgehog II quest'anno?".
Agglomerati di qualcosa che eravamo stati e di qualcosa d'altro che forse saremmo un giorno stati, anche ai genitori veniva la voglia di non affrettare i tempi e rischiare, magari, parecchio grosso. Il risultato concreto, nel mio caso, fu: niente horror né splatter; figuriamoci gore: roba che manco potevo sudare. Al che mi venne in aiuto Mazzini e la Storia mai patita: come gli antichi massoni, iniziò a circolare il seme della ribellione e della confraternita laica, il germe della rivoluzione menscevica e del libero associazionismo. Detto fatto: il capo operaio che si trovava nella situazione di avere la dimora libera diventò, con la scusa delle ricerche da fare in gruppo, un creepshow di budella spappolate, un ricettacolo di profondi rossi, un opificio di incubi, la casa degli orrori; specie nei venerdì 13 o a ognissanti.

Fu così che la cosa andò, tranquilla e rilassata, senza nessuna ombra a oscurare le nostri menti avide e smaniose. Figuriamoci: adulti precoci, sapevamo già distinguere cosa è vero e cosa no. Poi, nel marzo ricordato, il fattaccio: Italia 1 trasmise, per di più in perfetto orario, Nightmare - Dal profondo della notte. Un horror come mai più, non potevo perdermelo. Così, ormai uomo, mi feci insegnare come si videoregistra, e programmai la buaccaesse (Butali Home System). Il mattino dopo, mentre gongolavo a scuola al pensiero della visione clandestina, i miei se ne accorsero e cancellarono il mio misfatto. Fu lì che, cattivi come solo due genitori che si amano tanto, scelsero per me, senza manco interpellarmi, la strada dell'orfanismo.

giovedì 23 novembre 2006

Mamma li turchi!

Nel settembre 1994, giorno più giorno meno, facevo il mio ingresso nel mondo adulto, quello che ah ma ora son finiti i giorni eh. Il tramite fu, in Piazza della Badia 2, un edificio alquanto diroccato, ex convento di borowczykiana lussuria il cui chiostro ne raccontava, checché se ne dicesse e se ne dica ancora, delle belle.
Chiazze, macule, alabastri scivolosi, orpelli di ingegneria ambigua come lassù, verso il cielo infinito, quella rete elettrizzata in cui incauti pennuti, svolazzando in cerca di appoggi per rilassare e poi tendere gli sfinteri, dondolavano ormai inermi ad armate, ora gocciolanti idromele e sangue come piovesse. Il lavoro rende liberi figuriamoci la scuola, una lingua che manteneva del latino il declinato ma del sassone ostentava la coriaceità ci diceva, facendoci sentire tutti uguali, e migliori, e più felici. Le gioie della comunicazione trasparente.
Zaino in spalla e mutande strategicamente già colore dell'autunno incipiente, vivevo quel momento di verità come il condannato vive penosamente la sua ultima camminata: comunque vada, sa già che la moglie, a casa, per la tensione scuocerà la pasta. La quiete prima della tempesta, insomma, per dirla in una parola che sia anche epitome.
Per tutta l'estate, tra una limonata Guizza e il tentativo - vano - di alzare il tiro procacciandoci bocche e colli di bottiglia ben più torniti, non facevamo che spaventarci a vicenda enumerando, in bell'ordine cronologico, le vittime di Magenta, di Iwo Jima, di Tien-an-Men, di Ragioneria. E ora, senza manco rendersi conto che la prossima ora solare era prospettiva più lontana della patente di guida, ci trovavamo già al varco, carne da macello pronta a diventare serie alfanumerica di militi ignoti dai cognomi toscani anzicheno.
Il muscolo cardiaco dava il passo al Casio da polso mentre varcavo la soglia e, già letterariamente proteso, pensavo alla città di Dite. Io, invece, il dito me lo dovevo cacciare là dove non batte il sole per non dare, esibendole invero, odore alle paure.
Se non che, gigantesco come solo uno scolaro ripetente può essere, ecco pararmisi dinanzi la speranza. Deus ex machina di baldanza giovanile, un pirata dallo sguardo di ardesia e dal crine di cartoncino Bristol vellutatamente adagiato sulle possenti grucce naturali solleva il suo cuneo di carne dalla bocca dell'amata, dandole e, come solo uno che non la manda a dire può permettersi di fare, porgendomi all'unisono respiro, a me nano goffo e male in arnese, orbo di tanto spiro e orecchie da elefantino. Poco più di uno scherzo della natura deprecabilissimo, appiccicato con lo sputo di una persona con il mal di gola, e ancora nella sua età più felice. Per di più, di lì a poco, primo della classe; e della vita.


Maledetti bambini del Biafra che, fortunati loro, a scuola non ci devono andare; e tutto per un comma, l'ottavo, della loro costituzione a oligarchia assoluta che i nostri avi, sapendo contare fino alla carta vincente del settemmezzo, ci hanno negato per l'eternità.

domenica 19 novembre 2006

Una maionese di idiosincrasie.

Sarà che sono nato all'ospedale, con il rumore bianco dei macchinari di sottofondo, un ron-roon-rooon e ari-trafila di ron vari, ma io non sopporto chi russa; e con sopporto siamo già nel campo dell'eufemismo osé. E' per questo, capisco a mente fredda, che odio la mia famiglia, tutta quanta.
Siccome tendo a documentarmi, è venuto fuori che i macchinari che fanno ron sono stati introdotti nel 1978; prima, e dal 1965, facevano arf-arf. Tutto torna: per sperimentare gli inconvenienti dell'assenza di gravità nello spazio e della rarefazione atmosferica della luna, gli scienziati cattivi hanno sacrificato Laika; mio fratello non ha praticamente mai portato fuori Yoda.
Prima ancora, ed esattamente dal 1944, facevano bzz-bzzz. Tutto torna: William Golding scrive nel 1954 il suo pamphlet (Il signore delle mosche) intriso di sfiducia e astio nei confronti degli insetti ditteri; mio babbo ha la fobia delle zanzare. Mia mamma, per giunta, preferisce la ghiacchiaia di una volta al freezer.
Io appartengo alla generazione ron e ora apro un inciso fuori luogo: a me fa schifo la musica italiana. Tutta quanta, tranne quello che canta Vorrei incontrarti tra cent'anni; un altro passo, lui.
Mi repelle tanto chi russa e, di conseguenza, mi fa così paura la possibilità che io stesso russi che la notte, prima di coricarmi, eseguo una pratica rudimentale ma di comprovata efficacia: inalo un bel fiatone, tanto da contare fino a trentatre, e poi smetto di respirare. Lo spegnimento dei polmoni ne evita anche il surriscaldamento, peraltro, e la mattina dopo, sicuro di non avere russato, mi sveglio sempre felice; sempre, tranne quando vedo mio babbo praticare, solo soletto, un double anal a mia mamma ancora insonnolita: lì, ma è più l'eccezione che la regola, mi salta la mosca al naso, ma poi il risultato è che mio babbo si stizza ancora di più e, di solito, va poi per il triple.

E sì, non c'è niente di meglio che svegliarsi con l'oro in bocca, al mattino: a quel punto, a pranzo, oserei addirittura un'insalata russa.

giovedì 16 novembre 2006

La scopa-gambe.

E' il 30 settembre 1997, ricordatelo con me: un tardo mattino di scuola saltata, già caduco nelle tonalità autunnali; l'aria ancora benevola, a una certa, si farà frizzantina. Sospensione degli elementi e, ripeto, scuola saltata. Un avvenimento epocale, da mandare a memoria; e infatti.
E' il 30 settembre 1997 e io, diciassettenne da un deca di dì e una vacanza senza genitori alle spalle, mi sento grande. Grande, mica adulto: tutto un altro affare.
Il sesso di là da venire (così pare se vi piace), così come il mento pizzicorino e le emorroidi. Il colestorolo apposto e la prostata nuovomondo vergine di conquistadores guantati, la ribellione dai compiti delle vacanze, i primi scioperi sindacali; la masturbazione oppio dei popoli.
I 100 mg di nicotina delle rosse - le Diana sono meglio, sì-col-cazzo - una tentazione di morte che fa vittime.
E' il 30 settembre 1997 e una inaspettata insubordinazione condominiale porta, in casa mia, una novità. Il vaso di Pandora e la promessa a Faust, il Messia e la Befana, Dante e Beatrice, Filo Sganga e Brigitta, il cazzo e la fica: l'uno completamento dell'altra, inaspettata sticker mancante di un Panini ormai dato per disperso.
Tutto questo in manco tre chili di batuffolaggine animale che - presto si scoprirà - si abboffa, caca, piscia ogni tre per due, abbaia q.b., costringe alla presenza costante di un capobranco se va bene.
Yoda, meticcia di colore champagne nata un mese e ventisei giorni prima, quante belle ne abbiamo combinate insieme da quel 30 dì conta settembre con april giugno e novembre e quante no.
Io ricordo: il bocca-a-bocca rianimatorio, il cagnaccio di Baskerville pedofilo, la partita a scacchi vinta in coppia contro la Morte, la vergogna di Hallo Spank quando gli hai confidato che ti stava antipatichino, il tuo 90-60-90 al garrese; e tu, che rimembri ancora?
E che dire, Yoda, vergine cuccia, delle reciproche ossessioni da superarsi insieme, come una coppia di coniugi affiatati: per la tua snellezza, mia, e, tua, quello sguardo del cazzo - "o'pezz'e pane, cumpa'" - quando vuoi cibo, affetto, stronzerie varie. Cioé sempre.
Yoda, nove chili più o meno, e la sua passione per le praline Pedigree Pal; e la sua prima scalata alla vetta del divano; e la sua iperattività sessuale. Femmina moderna, seduttrice e abbandonatrice tutto lei, donna in carriera che accavalla zampe senza mutandine e occhieggia come fumando Gitanes senza filtro. Yoda e il primo amore, quello eterno e stupido, da sottomettere: un "birillo" ed è strike, col ricatto del sesso debole prima e poi con l'afrore caldo, che dice invece il contrario, dello stesso. Yoda e il tran-tran quotidiano dello zifonellare: partisti, quandocomedoveperché, con un braccio ingolfato, finisti alle gambe, innamorata persa ora dell'una ora dell'altra. Sempre, e solo, le mie - touché.
Ci hai perso i chili, il bauìo, l'innocenza, su quelle zampette arroccate là dove la tua natura muliebre non ti avrebbe dovuto portare. Del resto, cosa pretendere?, è da quel dì che pisciavi in piedi, come un omone fatto e finito.

Yoda, lasciatelo dire, in nome della tua rorida patatina ancora infecondata se non dalle tue paturnie mentali e oggi, per di più, disseccata dal più vile degli interventi che non ti ho risparmiato: ti amo, anche - e soprattutto - se resti, alla fin del salmo, una bastarda mica da riderci.

lunedì 6 novembre 2006

Algebra premaman.

Nel 1985 non andavo ancora a scuola, ma ero già più sveglio di tutti gli altri coetanei di asilo e skinhead che usavo frequentare.
Lo capivo perchè, a differenza loro, sapevo già leggere e addirittura scrivere. Ma ciò non mi bastava: cosicché, per fare la prova decisiva del nove, scrivevo su un pezzo di carta, a chiare lettere finanche corsive: "io già so leggere e scrivere, e voi no".
Ah, pancina mia fatti capanna: che solluchero vederli stringere quegli occhietti vitrei nello sforzo di fare una cosa che ancora, naturalmente, non erano tenuti a fare; e che dire, poi, del godimento di sentirli declamare, qualora l'impegno veniva infine ripagato da una corretta ancorché stentata lettura, la loro congenita, conclamata inferiorità?
Il tutto, infine, finiva con un cippirimerlo e un arrivederci, e io l'avevo vinta come era legittima consuetudine che fosse. Più spesso venivo picchiato a sangue, ma questi sono detour che a noi non interessano. La costruzione passiva della frase non mi si era ancora presentata.
Ecco che la natura umanistica aveva fatto il suo corso, ma la vita, infingarda, ci mise del suo. Perché la vita ti rigira come un calzino, se vòle; e spesso vòle. A forza di gnocchini mi voleva insegnare pure la matematica, e di fatto ci riuscì: ho imparato a moltiplicare gli interventi chirurgici e a dividere la mia esistenza fra la magione e l'ospedale, ho imparato a sommare antibiotici postoperatori alla mia dieta e a sottrarre ludi al mio tempo libero. Peraltro in soli tre anni netti (e senza Casio al polso), che è pur sempre l'unico numero primo perfetto.

Il risultato fu che, arrivato in prima superiore, avevo cinque e mezzo in italiano. Ma, grazie anche agli skinhead che amavano classificarsi in sieropositivi e sieronegativi, sapevo un'algebrina che madonna ragazzi.

venerdì 3 novembre 2006

La questione dei peli.

Nel 1991 ero un bambino felice - specie verso il far del giorno.
Andavo alle scuole medie, prendevo i miei bei votini alla faccia di tutti gli altri cretini dei miei compagni, mi si faceva le copertine ogni pié sospinto; e ridevo, e come se ridevo.
Mi si canzonava ogni dì, nell'ordine per:
- bassezza
- talpiopia
- orecchie a sventola
- culo a mandolino.
Ero, insomma, nella fase ancora impubere tra l'istrione e l'istrice da ora-la-metto-sotto-splat; mi avviavo, ecco, verso quella adoraaabile fascia teen che, in presenza di qualche chilo in più che forse allora c'era pure, avrebbe fatto di me una tin. Una goduria di vita - scocca unica, non replicabile.
La pubertà coming-soon, le sbrodolature notturne, i puerili innamoramenti, i primi rossori; e, per quel che mi riguarda, la vexata quaestio dei peli. Peli neri, peli virili, peli maschi.
Sui polpacci, sul primo pérone, sulla coda della tibia, finanche giù, sul dorso dei tarsi; ciuffi, mucchi, macchie di leopardo di peli vivi, vegeti, scuri come l'ebano che forgiò le prime capanne dei nativi preistorici.
Nel 1991 ero ancora, nolente o volente come poi mi sarebbe capitato con sempre maggior normalità, in anticipo sui tempi. Un ante litteram di undici anni ancora da compiere. Adulto in mezzo agli infanti, a cui era dato il permesso di toccare i primi culetti, inebriarsi di afrori muliebri, titillare cuori & clitoridi. Vivevo la mia ipertrofia tricotica con fierezza wasp e falsa modestia.

Nel 1992, senza che io me ne rendessi conto, si sparse la mania di King Kong. Era dal 1933 di E.B. Schoedsack e Merian C. Cooper che il mondo se l'era dimenticato, e ora ricompariva per rimettermi in riga. Dopo l'umiliazione di dover assistere alla trasformazione licantropica di tutti i miei vicini e lontani scolastici, il destino gramo non mi concesse neppure la par condicio come scappatoia: i miei peli datavano ancora 1991 e avevano come scadenza addirittura un inquietante 2013-la fortezza. La scappatoia, allora, giunse da un quasi omonimo beffardo: il tubo di scappamento. Inalavo benzina a 1700 lire al litro, con sommo disprezzo del paterno pieno antelucano, e stavo di nuovo bene. Sennonché, il fattaccio: un peletto di fabbrica Dahiatsu, che lì non doveva stare, si introdusse nel mio orifizio orale spalancato, andando a infilarsi nell'entroterra gutturale.
Un coff, coff espulse quello e il veleno non ancora verde, e io vi ho potuto raccontare questa educativa tregenda.

martedì 31 ottobre 2006

A quattro anni.

Nel 1984 avevo quattro anni, specialmente dopo il 20 settembre - ore 2,40 antelucane.
Già, mi pare, ero togo come adesso.
Sguardo fiero da teppa di chi sa che, presto o tardi, l'Euronics avrà qualcosa da temere da te; postura impettita; aria spavalda; berrettino dispettoso. Il corpettino ratto e tosto.
Giusto un accenno della perfezione del cercho ai miei piedi: accenno su cui, ça va sans dire, non cresce erba; il radioso sole del domani a riverberare l'intorno del suo inossidabile fulgore. C'è chi giura che quella è l'esatta tonalità del colore "crepuscolo degli dei", in quel caso ovviamente alle mie spalle. Io, il gotterdammerung, manco so che esiste.
Una grana da dagherrotipo nostalgico, con funzione di: memento mori. Voialtri, beninteso. Un lampione isolato: la solitudine altrui. Una banlieue ancora troppa spoglia: non mi merita.
E, accanto, un coglione che crede che il mondo cada ai piedi di chi indossa golfini lisergici a lische di pesce orizzontali. Puah!: maniche rimboccate e lampo fino al gozzo, questa è la cura.

Nel mirarmi al posto di guida, ricordo come fosse ora la comodità panciolla dei sedili di quella Centoventisei bianca, la mia prima automobile. Mio fratello vicino, a ondivagare di bambine e pubertà come poi mai, e - cosa vedo? - i due freak Arbus forzatamente in primo piano. Col senno di poi, munifico come solo i grandi uomini sanno essere, sorrido a denti stretti e li perdono.